Accadeva Oggi

26 gennaio

        26 GENNAIO   CON ONORE, MA MORTI Tutto partì dal fatto che l'Italia aveva acquistato nel 1882 i diritti della Compagnia Rubattino nella baia di Assab. Per Roma era il momento buono di occuparsi un posto al sole nel grande mangia-mangia del colonialismo. Forte del fatto che la Gran Bretagna e soprattutto il suo ministro del Foreign Office, lord George Granville, vedevano di buon occhio un inserimento in Africa del nostro Paese, se non altro per fare opera di disturbo nei confronti della Francia interessata al Corno d'Africa e della Germania bismarkiana, il Governo Depretis comprese che per inserirsi nel gioco occorreva però andare oltre il possedimento della desolata baia di Assab (rilevata nel 1970 dall'esploratore Giuseppe sapeto per 8.100 talleri), ma consolidare il controllo su Massaua in Eritrea per poi puntare, in un secondo momento, sull'Etiopia. Una premessa, la nostra, presa da lontano ma che serve a capire meglio a come si arrivò alla battaglia di Dogali del 26 gennaio 1887 costata la vita a 461 soldati italiani, sorpresi dagli uomini di Ras Alula tra Monkullo e Massaua. Ma andiamo con ordine, partendo proprio da Massaua, da quando cioè il 6 febbraio 1885 ottocento nostri soldati agli ordini del colonnello Tancredi Saletta - dopo una marcia di duemila chilometri - issarono il nostro tricolore sul tetto del palazzo del governatore di questa città affacciata sul Mar Rosso. Ma se agli inizi l'avventura africana sembrava funzionare, nonostante il clima impervio, le malattie e più in generale le condizioni del luogo, con il trascorrere dei mesi la penetrazione del territorio si fece più lenta. Questo anche perché neppure i locali  - come lo stesso Negus abissino Giovanni IV - conoscevano bene l'estensione vera di quelle zone.
Era una ignoranza geografica che costerà comunque cara agli italiani tanto più che, non solo a Roma vedevano la questione coloniale come si dovesse combattere il banditismo calabrese e non tribù militarmente ben equipaggiate, ma erano sempre più frequenti dagli altipiani di Asmara le scorrerie di Ras Alula. Questi - forte di ben diecimila uomini e non di quattro selvaggi come si riteneva negli alti comandi - il 25 gennaio aveva fallito il tentativo di occupare il presidio di Saati comandato dal maggiore Boretti per cui aveva ripiegato sugli altipiani deciso a riprendersi la rivincita quanto prima. L'occasione gli venne offerta dal fatto che Boretti era riuscito nel frattempo ad avvisare i suoi superiori di quanto era accaduto. Nel frangente non si perse tempo, anzi fu immediatamente allestita una colonna di soccorso affidata al colonnello Tommaso De Cristoforis; colonna che era composta da 24 ufficiali, 493 regolari italiani e 50 bashi.
Sono le 8.30 di mattina allorchè Ras Alula fa la sua comparsa. La situazione si fece subito disperata anche perché le mitragliatrici si incepparono togliendo a De Cristoforis qualsiasi speranza di uscirne vivi. A mezzogiorno, finite le ultime munizioni, ebbe inizio l'assalto dei guerrieri di Ras Alula. La carneficina si compì i mezz'ora. La battaglia di Dogali era finita. Patria e onore per i caduti, secondo la retorica del Risorgimento. Caduti ad ogni modo che morirono facendo il proprio dovere di soldati. A ricordarli c'è un monumento a Roma che prende il nome da quest'episodio. Si trova in piazza dei Cinquecento. Ci si passa davanti sempre senza sapere che quei cinquecento erano i nostri soldatini mandati in Africa per obbedire ai sogni di un colonialismo senza futuro. (Veronica Incagliati)