Accadeva Oggi

21 gennaio

        21 GENNAIO

  LA MORTE DI LUIGI XVI Zac.Tre minuti, quattro, o appena due? Il tempo che una lama cada dall'alto dei suoi due metri e 25 cm e tagli la testa. Neppure il tempo di dire amen e te la ritrovi nella cesta. Perché questa era la ghigliottina. La Francia l'ha tenuta in vita fino al 10 settembre 1977 ma da anni lavorava ormai poco. Giusto quel tanto per non arrugginirsi. Il suo momento di massimo splendore l'aveva avuto sotto Robespierre, all'epoca della Rivoluzione. Il clou, poi, quando aveva dovuto cimentarsi con i colli più blasonati: quelli del re Luigi XVI e della regina Maria Antonietta. Per quest'ultima non c'erano stati problemi. Così esile com'era, era stato facilissimo fare il proprio dovere. Un attimo e... zac. Aveva fallito invece, almeno in parte, con Luigi. Forse preso dall'emozione il boia - per la cronaca il signor Charles Henri Sanson, un veterano come giustiziere dello Stato - pare che avesse posizionato male il  condannato. Fatto si è che la lama non troncò del tutto il collo come avrebbe dovuto, si che la testa rimase attaccata al busto. Sanson ne uscì sconvolto. Erano le h. 10 di mattina del 21 gennaio 1793. "Il re era morto, viva la Repubblica", si gridò.
Povero Luigi! Se ne andò così, a 39 anni appena, in una plumbea giornata, trattato come un comune cittadino, come un Capeto. Ma a testa alta, dichiarandosi fin sul patibolo innocente di tutto ciò di cui veniva incolpato. L'accusa più grave - quella che gli era stata fatale - di avere complottato con lo straniero. Non era vero, l'Assemblea Nazionale comunque non volle credergli, o meglio - pur avendo la certezza della sua estraneità al tradimento - preferì toglierselo di mezzo, una volta per tutte. E così fu.
Non era stato un re stupido, Luigi XVI. Al contrario aveva le qualità necessarie per governare bene un Paese.
Aperto al popolo e ad una monarchia costituzionale, ebbe però la sventura di vivere circondato da una nobiltà corrotta ed avida, in una Corte che credeva di essere ancora ai tempi del re Sole. Mettici poi che l'economia andava male, molto male, e che il debito cresceva sempre più, qualunque cambiamento si facesse risultava peggio del male. Consigliato come peggio non avrebbe potuto essere, il sovrano ebbe la sventura oltretutto di affidarsi a finanzieri incapaci. Di quelli bravi - come il ginevrino Jacques Necker - invece non volle ascoltare i consigli, licenziandoli. Alla fine il popolo non ne potette più e si sollevò. Era la Rivoluzione. Niente a che fare, ad ogni modo, con quanto si legge nei libri di storia delle scuole, e cioè che a scatenare la plebaglia inferocita fosse stata una frase di Maria Antonietta a proposito di pane e di brioches. La regina non disse niente del genere. Semmai a sobillare il popolo era stata la borghesia con la sua intellighentzia, i suoi libelli, i suoi giornali, i suoi complotti. Cacciando il re, questa avrebbe avuto buon gioco ad instaurare la Repubblica. Solo che fece male i conti perché, al pari di Saturno che si mangiò i figli, la Rivoluzione costò alla Francia una ecatombe di morti ghigliottinati. In quanto alla Repubblica - tolta la breve parentesi prima dell'avvento del Bonaparte - se ne riparlerà solo nel 1871.
Quel giorno Luigi XVI uscì dalla Torre del Tempio poco dopo l'alba scortato da un'imponente servizio di giacobini preoccupati dalle voci fatte circolare di un'azione di forza per liberare il re. Tutto vestito di bianco, con in mano il libro dei salmi, il sovrano appariva calmo. La sera prima il servizio d'ordine della prigione  gli avevano fatto servire un lauto pasto, dal potage, agli arrosti, al piatto di mezzo, alla pasticceria, alla frutta, il tutto innaffiato da vino pregiato. A servirlo tre camerieri e 13 ufficiali. Certo un appetito come quello, nei diciannove anni di regno, alla Francia deve essere costato molto più di una Finanziaria! (Veronica Incagliati)