Accadeva Oggi

18 gennaio

                              
18 GENNAIO
  LE PREMESSE DEL 2° CONFLITTO MONDIALE Gli storici sono tutti d'accordo. Con il trattato di Versailles del 1919 gli alleati gettarono le premesse del secondo conflitto mondiale. Lo spirito di vendetta della Francia e dell'Inghilterra fu infatti talmente forte che nè George Clemenceau né David Lloyd George capirono a cosa andavano incontro Europa e mondo intero con le durissime condizioni imposte alla Germania sconfitta. A questo si aggiunga che a mettere bocca - ora in un modo ora in un altro - fu il presidente degli Stati Uniti, Woodrow Wilson, che  - come annotò René Albrecht-Carrié - " incarnava disgraziatamente in misura considerevole la alquanto frequente convinzione americana della propria superiorità morale unita con la diffidenza per la diplomazia in genere e specialmente per la diplomazia europea". Insomma si aveva a che fare con un accademico visionario che, se da una parte preferì non prendere una posizione eccessivamente rigida con i tedeschi, dall'altra si accanì stranamente nei confronti dell'Italia che pure aveva vinto la guerra lasciando sul terreno 600 mila morti e spesi 148 miliardi di lire per sostenere il conflitto. E se gli italiani tornarono da Parigi a mani vuote, alimentando le frustrazioni nei reduci e in Mussolini in particolare con l'avvento del fascismo, la Germania era distrutta ed umiliata. Non solo, ma sconvolta dalla depressione e da una iperinflazione senza freni, percorsa altresì dai moti rivoluzionari del dilagante bolscevismo, la patria di Kant era già pronta - sia pure ancora in embrione - per accettare il nazismo.
Il Congresso di Parigi si era aperto il 19 gennaio nella sala degli specchi della reggia voluta da Luigi XIV, il re Sole. Lo si volle lì perché - a spirito di rivalsa - Clemenceau che era il presidente del Consiglio francese voleva far ripagare ai tedeschi l'onta subita da Napoleone III dopo Sedan quando il Cancelliere Bismark proclamò l'Impero germanico proprio in quel salone. I lavori durarono 130 giorni nel corso dei quali si fece di più e di peggio. Testo alla mano (era stato elaborato da 52 comitati d'esperti), fu stabilito che la Germania dovesse perdere 75 mila kmq del suo territorio con 7 milioni di abitanti nonché tutte le colonie; dovesse cedere l'Alzazia e la Lorena alla Francia; Eupen, Malmédy e Moresnet al Belgio; la Posnania ed una parte della Prussia orientale alla Polonia; venisse poi condannata a pagare 33 miliardi di dollari di risarcimento danni; Danzica diventasse città libera; esercito e marina fossero ridotti a 115 mila uomini, senza armi e naviglio moderni né aviazione; la Renania fosse smilitarizzata ed occupata dai vincitori. Era un vero e proprio diktat, abbastanza perché già nel 1923 Adolf Hitler progettasse il "putsch della birreria" e perché la Repubblica di Weimar - affidata nella ultima sua fase all'ex generale Paul von Hindenburg (il vincitore nel '14 delle battaglie Tannenberg e Marsupi) - capitolasse davanti al nazismo.
Ma se Berlino piangeva, Istanbul non rideva di certo. Il glorioso Impero ottomano non esisteva infatti più. La stessa capitale (ancora chiamata caparbiamente Costantinopoli) era violentata giorno e notte dalle truppe alleate. Perduta la Tracia, perdute le isole del Dodecanneso, perduto il sud-est anatolico. A Versailles si andò giù pesantissimo con il Sultano, e ancora più con il trattato di Sèvres che lo perfezionò. Ci sarebbe voluto in uomo, Mustafa Kemal (Ataturk), per restituire alla Turchia - con una serie di vittorie - il suo onore e, con questo, alcune terre. Greci, francesi ed italiani venivano ricacciati dal suolo turco. De facto il Trattato di Losanna ratificava i cambiamenti di confine.
E l'Italia? L'Italia fu un caso a parte. Il nostro presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, che assieme al ministro degli Esteri Sidney Sonnino rappresentava il nostro Paese a Versailles, fu umiliato pubblicamente da Wilson che - nella disputa italo-jugoslava per Fiume e la Dalmazia - parteggiò apertamente per i croati. Risultato che gli italiani se ne tornarono a Roma a mani vuote. Ben 25 mila nostri connazionali dovettero abbandonare le loro terre e rifugiarsi a Zara. Sette mesi dopo novemila legionari partiti da Ronchi di Monfalcone e al comando del poeta Gabriela d'Annunzio occupavano Fiume. Il fascismo dei nazionalisti ed ex combattenti era alle porte. (Veronica Incagliati)