Accadeva Oggi

14 gennaio

    (Turchia Oggi) - T   14 GENNAIO


L'ATTENTATO A NAPOLEONE III
Rivoluzionario o patriota? Dipende dai punti di vista. Forse Felice Orsini - quando nel 1858 attentò alla vita di Napoleone III - era l'uno e l'altro. Visto con l'ottica dei giorni nostri (George W. Bush docet) dovremmo interpretare il gesto criminale come semplice e puro terrorismo.
Mettiamola così: Orsini  un terrorista, una sorta di Hezbollah dell'epoca che, credendo negli ideali etc, etc, pensò bene di preparare tre bombe e con un gruppo di esaltati par suo andarle a gettare contro la carrozza dell'imperatore francese mentre questi con la moglie Eugenia se ne andava a teatro ad ascoltare il "Gugliemo Tell" di Rossini.
Personalmente, nei confronti del romagnolo Felice, ci piace essere più comprensivi. Che diamine! Diciamo invece che fosse un esaltato, una sorta di anarchico ribelle (non gli andavano bene neppure Mazzini e Garibaldi) che comunque rischiò, appunto con quell'attentato, di far saltare l'alleanza tra Napoleone III e Cavour nella guerra contro l'Austria. Il Conte Benso mandò giù due moccoli quando lo venne a sapere.
Il piano era stato preparato nei minimi particolari. Orsini - che sembra se ne intendesse  parecchio di chimica - aveva confezionato lui stesso gli ordigni con una miscela di esplosivi di sicuro effetto (da allora le bombe si sarebbero chiamate con il suo nome). Poi, dopo avere dato precise disposizioni ai suoi complici Andrea Pieri, Carlo Rudio e ad un tal Gomez di cui si sa ben poco, la sera del 14 gennaio si portò davanti all'Opéra di Parigi.
Tutto sembrava arridere al successo dell'operazione anche perché i Servizi di polizia stranamente erano all'oscuro della congiura. Solo in seguito Vienna fece sapere di averne avuto sentore dai suoi informatori, ben guardandosi però di darne notizia ai colleghi parigini perché - se Napoleone III fosse stato ucciso - sarebbe venuto a mancare quel conflitto con la Francia che Francesco Giuseppe proprio non voleva. Ed invece l'imperatore se la cavò, nonostante che le bombe lanciate avessero compiuto una  vera e propria strage: 150 tra morti e feriti, cosa che fece gridare l'Europa di orrore. Orsini salirà sul patibolo due mesi dopo non prima di avere scritto a Napoleone III una lettera dai toni esaltanti - probabilmente suggeritagli - con la quale si chiedeva la liberazione dell'Italia. Aveva 39 anni essendo nato a Meldola, vicino Forlì, il 10 dicembre 1819.
  Fin da ragazzo si era distinto per la sua ribellione e soprattutto per saperci fare con le donne. Per una di queste aveva ucciso il cuoco del proprio zio. Sempre per le donne era scappato dal seminario dove ce lo aveva infilato a forza il vescovo Mastai Ferretti (il futuro Pio IX), e sempre grazie a loro era evaso nel 1856 da una prigione austriaca. Era riuscito infatti ad ingraziarsi le mogli del carceriere Tirelli e del secondino Trizzi che gli avevano fatto avere, nascosti dentro alcune tacchinelle, gli arnesi del mestiere. Ma le aveva tradite subito entrambe, dileguandosi con una signora Irlandese di nome O' Meara che lo aspettava con una carrozza fuori del carcere. Si dice che pure a Parigi, nel processo per direttissima che si tenne all'indomani dell'attentato, avesse fatto stragi di cuori. Voci di corridoio davano per certo che avrebbe potuto tentare l'ultima "grande fuga" con la complicità di un personaggio femminile piuttosto noto nella capitale francese. E questo prima che la ghigliottina gli calasse sulla testa. Orsini però lasciò perdere. Aveva compreso che le bombe avevano in parte compromesso l'amicizia tra Cavour e l'imperatore. Meglio affrontare la morte a testa alta: da patriota terrorista. (Veronica Incagliati)