Accadeva Oggi

11 gennaio

              11 GENNAIO   L'APOCALISSE DI VAL DI NOTO Dieci minuti, quindici? O molti di più? Nessuno può dirlo con esattezza anche perché a quell'epoca - siamo nel 1693 - il calcolo del tempo era del tutto approssimativo. Una cosa però la sappiamo. Stando a quanto ci riferiscono gli storici, che raccolsero le testimonianze dei pochi sopravvissuti, la scossa - quella che la mattina dell' 11 gennaio distrusse completamente la Val di Noto - durò oltre il terrore. Quando cessò, dei 45 centri abitati non c'era più niente. E se Catania potette anche sentirsi in minima parte fortunata, dato che il sisma la interessò all'80 per cento, la stessa cosa non poterono dire Caltagirone, Militello Val di Catania, Modica, Noto, Palazzolo, Ragusa Ibla e Scicli che furono completamente rase al suolo.
Ora pensate alle opere di soccorso di trecento e quindici anni fa, pensate a chi si trovò davanti a tutti quei  morti (furono ben 60 mila), a quella apocalisse che pure si era manifestata già due giorni prima con una serie di avvisaglie disastrose  generando nella popolazione molto più della paura, pensate alla devastazione totale. "Davanti ai nostri occhi - si legge in una cronaca - non c'era più niente, solo qualche bestia che si muoveva tra le rovine".
Come succede di regola, la grande scossa - quella che in sol colpo cambiò la morfologia di 5.600 chilometri dell'intera vallata - anche quella volta venne con il buio. L'ora è calcolata attorno alle 21. I siciliani dormivano profondamente, né si erano accorti che la luna aveva mutato il suo colore. Improvvisamente, secondo un resoconto dell'abate Ferrara, si udì un boato terrificante al quale seguì una scossa calcolata tra il 9° e l'11° grado della scala Mercalli. La terra si spaccò in migliaia di ferite, il mare si ritrasse per poi rifluire con le sue acque. Se qualcuno in quel momento ebbe la forza di gridare, le sue parole sparirono nel nulla; un secondo dopo non avrebbe avuto neppure più il tempo di raccomandare l'anima a Dio. Forse sì, qualcuno. Dice infatti un vecchio detto del posto: "All'undici di Jinnaru a vintin'ura a Jaci senza sonu d'abbalava cui sutta lipetri e cui sutta li mura e cui a misericordia chiamava" (l' undici di  gennaio alle ore ventuno ad Acireale senza musica si ballava, chi sotto le pietre e chi sotto le mura e chi invocava la misericordia divina)..
Cadaveri dappertutto. A Modica ne estrassero 3.400, a Ragusa 5.000, a Scicli 2.000, a Spaccaforno 2.200,  a Catania i due terzi della popolazione, a.....Ma che importa. La furia distruttiva della natura non ebbe pietà, come non l'aveva avuta il 4 febbraio 1169, sempre in quella stessa zona. "La dolorosa tragedia"- come fu chiamata - non spezzò però la forza dei locali che, senza farsi abbattere troppo dalla disperazione e con un impegno collettivo considerevole, seppero ricostruire tutti quei centri come meglio non si sarebbe potuto. Nasceva un barocco tutto siciliano. Annotava Wolfgang Goethe nel suo "Viaggio in Italia" che anche il ricordo di quella notte è racchiuso nella splendida opulenza delle decorazioni. Esso è lo spirito della profondità degli uomini, colpiti da un evento che in pochi minuti cancellò tanti segni delle civiltà millenarie. (Veronica Incagliati)