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21 dicembre

    21 DICEMBRE
GIOVANNI BOCCACCIO
Parlare di Giovanni Boccaccio significa parlare per lo più del "Decameron", opera che ad una certo punto della sua vita (siamo nel 1364) lo scrittore -colpito da una forte depressione - avrebbe voluto dare alle fiamme preso da forti scrupoli morali. Beh, non è certo un libro da lasciare in mano ai minori anche se oggi giorno i ragazzini - forti di quello che vedono navigando su Internet - se la ridono dietro rispetto alle novelle licenziose del genio toscano. Noi magari - essendo di altra generazione - una sbirciatina non ce la siamo lasciata sfuggire quando eravamo liberi di curiosare nella biblioteca paterna. 
Dicevamo degli scrupoli senili del Boccaccio. Per fortuna che a dissuaderlo da qualsiasi autocensura distruttiva fu Francesco Petrarca che nel 1364 gli scrisse una lettera accorata dissuadendolo dal gesto ed invitandolo a riflettere sui valori spirituali dell'attività letteraria. E per fortuna che fu ascoltato altrimenti nel '500 il cardinal Pietro Bembo non avrebbe potuto definire il "Decameron" il modello perfetto per la prosa volgare e noi non avremmo forse più neppure una copia di questo capolavoro tradotto in tutto il mondo.
Boccaccio, figlio naturale di Boccaccino da Chellino, nacque tra il giugno ed il luglio 1313 a Certaldo non lontano da Firenze. Morirà nella stessa località il 21 dicembre 1375, sofferente di idropisia e angustiato da ristrettezze economiche. Queste lo avevano accompagnato per buona parte della sua vita, dal giorno in cui il genitore, un ricco mercante, subì un forte tracollo economico a causa del fallimento di alcune banche. Quando si dice, alla Vico, i  corsi ed i ricorsi della storia!
Il padre avrebbe voluto avviarlo nel  commercio in modo da dargli una sistemazione per il futuro ma Boccaccio fin da piccolo aveva manifestato la sua inclinazione per la letteratura classica, specie per quella latina. Aveva una ferma volontà di imparare, cosa però che non impressionò più di tanto la famiglia che tout court lo spedì a Napoli per imparare un apprendistato presso la succursale della <Compagnia dei Bardi> le cui azioni erano monopolio dei fiorentini Peruzzi ed Acciaiuoli. Nella città partenopea Boccaccio trascorse sei anni - i più belli della sua vita, confesserà lui stesso - dimentico non solo di approfondire l'arte della mercanzia ma anche quella del diritto, extrema ratio di un genitore deluso che desiderava comunque - nonostante l'atteggiamento rancoroso del giovane verso il padre - aprirgli una strada. La Corte di Roberto d'Angiò era in quel periodo il centro intellettuale europeo, punto di incontro tra la cultura italo-francese e quella arabo-bizantina dove confluivano poteri, letterati, eruditi, scienziati ed anche artisti come Giotto chiamato dal Re ad affrescare Castel Nuovo. Per Boccaccio una cuccagna lontano dalla famiglia e dalla matrigna Margherita da Mardoli che non aveva mai sopportato. Unico cruccio, non poter essere ricambiato di uguale ed intenso amore riversato per la nobile Maria dei conti D'Aquino, figlia illegittima del Re. Poi la doccia fredda ed il rientro a Firenze. Ma ormai era diciottenne, libero di poter disporre della propria esistenza e di dar sfogo alle proprie inclinazioni.
Videro la luce nel corso degli anni "L'Amorosa visione", "Il Ninfale Fiesolano", l' "Elegia di Madonna Fiammetta", la "Genealogia Deorum Gentilium", "Il Corbaccio" (invettiva contro le donne) e naturalmente il "Decameron", raccolta di cento novelle raccontate in dieci giorni durante la famosa peste di Firenze da sette ragazze (Fiammetta, Filomena, Emilia, Elissa, Lauretta, Neìfile, Pampìnea) e tre ragazzi (Dioneo, Filòstrato e Pànfilo). Questi - dopo un incontro nella chiesa di Santa Maria Novella - avevano deciso di allontanarsi dalla città infetta e di trascorrere e di ritirarsi in campagna. Parte del tempo verrà trascorso alla narrazione di alcune storie non prima di avere eletto ogni giorno un re o una regina per fissare il tema della novella quotidiana. I racconti sono tutti a lieto fine.
Grazie alla fama raggiunta dal "Decameron" Boccaccio ebbe importanti incarichi da parte del Comune di Firenze, per lo più come ambasciatore in Romagna, in Baviera, ad Avignone e a Roma al fine di incontrare i pontefici Innocenzo VI e Urbano V. Nel 1350 fu inviato anche a Ravenna per vedere la figlia di Dante, suor Beatrice, e per consegnarle un simbolico riconoscimento per l'esilio del padre. L'anno seguente sarà invece a Padova per restituire al Petrarca il patrimonio familiare che era stato confiscato al poeta dal Comune. Con questi fu legato sempre da sincera amicizia:
Fu grazie a Boccaccio se i codici e le opere letterarie latine furono diffuse in Europa, grazie a lui la istituzione a Firenze della prima cattedra di greco, grazie a lui il primo commento della "Divina Commedia" di Dante. (Veronica Incagliati)