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20 dicembre

    20 DICEMBRE   TITO FLAVIO VESPASIANO Può un burino far grande una città? Come no, se ha le qualità. Tito Flavio Vespasiano di queste qualità ne aveva tante, una delle quali era l'oculatezza nell'amministrare il denaro pubblico. Cosa che non hanno i governanti odierni, sia a livello statale che regionale e comunale. Imparate gente, imparate.
Quando si trovò ad essere acclamato imperatore dai suoi soldati nel 69. d.C, non ci credeva nemmeno lui. Era il 1° luglio ed era di stanza a Cesarea. Ma chi a Roma occupava quell'ambita "poltrona", vale a dire Aulo Vitellio, non ci volle stare per cui fu inevitabile una ulteriore guerra civile culminata qualche mese dopo con la sconfitta definitiva di quest'ultimo e la sua defenestrazione. Di fatto quindi Vespasiano divenne imperatore di Roma, il nono nell'ordine a cominciare da Cesare Augusto, il 20 novembre.
Vespasiano era di umili origine, nato nel 9 d.C in quel di Vicus Phalacrinae che - tradotto per i contemporanei - significa Cittareale. Sposato con Flavia Domitilla dalla quale avrebbe avuto come figli maschi Tito e Domiziano e come femmina una figlia che prese il nome della madre, il giovane Tito fece la carriera tipica di quanti sapevano che più in là di tanto non potevano arrivare. Dapprima fu edile e pretore, quindi - comprendendo che non era quella la via da seguire per farsi conoscere - si fece assegnare dall'imperatore Claudio il sottocomando della II Legione Augusta che portò alla vittoria sul Reno in Germania e successivamente in Britannia dove i suoi soldati arrivarono fino ai confini del Somerset. Strada facendo non trascurò di conquistare l'isola di Wight il che gli comportò la nomina a console. Nel 63 - cronisti di quegli anni tanto Tacito che Svetonio - fu al seguito di Nerone in Grecia. Non gli andò bene, però, perché cadde in disgrazia essendosi una sera addormentato mentre il successore di Claudio cantava accompagnandosi con la lira. Ma poi fu lo stesso Nerone a richiamarlo dall'esilio dove si era volontariamente ritirato. La Giudea si era ribellata a Roma e l'insurrezione minacciava di allargarsi all'intero Medio Oriente. Vespasiano magari non era un grande generale ma agli occhi dell'imperatore era la persona giusta avendo le qualità adatte per farsi amare dalle legioni, senza per questo montarsi la testa e diventare pericoloso mettendosi strane idee in testa.
Preso il comando della V Macedonia, della X Fretensis e della XV Apollinaris - forze alle quale si aggiungevano le milizie ausiliarie ed i contingenti dei re asiatici - Vespasiano pensò bene di non attaccare direttamente Gerusalemme ma di fare attorno a lei terra bruciata togliendole qualsiasi contatto per terra e per mare. Per questo si mosse in due tempi, conquistando inizialmente Tariche, Giscala e Gamala, quindi la Perea e la Samaria arrivando alle porte della Città Santa. Il suo comportamente - riporta Tacito - fu infame il che significa che non ebbe molti riguardi con i prigionieri.
Frattanto nel giugno del 68 d. C era morto Nerone, o meglio si era ucciso per sfuggire ai sicari . Al suo posto fu scelto Servio Sulpicio Galba, al quale per la verità Vespasiano giurò subito la sua fedeltà. Senonché la storia ebbe un diverso corso dal momento che l'imperatore se ne stette in carica appena sei mesi. Assassinato, dette il posto a Marco Savio Otone che - invidioso della fine di Nerone - volle provarci anche lui. In quanto a Vitellio, si tolse definitivamente dalla scena il 20 dicembre ucciso nel Foro Romano.
Se dovessimo dare un voto a questo imperatore, un dieci non glielo toglierebbe nessuno; dieci, tanti quanti gli anni che guidò le sorti di Roma. Morirà infatti nel 70 d. C. La grandezza di Vespasiano fu soprattutto quella di avere dato pace all'impero. Non volle infierire sui vinti della guerra civile e cercò in tutti i modi di non allargare i conflitti oltre i confini dei Paesi dove erano giunte le legioni romane. Discorso di Gerusalemme a parte. Al figlio Tito, che gli era subentrato nel 69 durante l'assedio, aveva raccomandato di non perdere ulteriore tempo e di chiudere in via definitiva la partita con gli ebrei. Cosa che questi fece coscienziosamente radendo al suolo la città e dando inizio al famoso esodo. Quello che interessava a Vespasiano, era sì dare un esempio a quei popoli che avessero avuto intenzione di ribellarsi a Roma, ma anche appropriarsi del tesoro del Tempio. Le casse dello Stato della caput mundi erano piuttosto esigue e l'imperatore aveva calcolato, da buon ragioniere, che fossero necessari 40 milioni di sesterzi per rimettere in  sesto la stabilità finanziaria. L'aumento delle tasse e l'introduzione di nuove come  quella sui gabinetti pubblici con il prelievo dell'urina (famoso la sua risposta al figlio Tito: Pecunia non olet, il denaro non ha odore), non erano di certo sufficienti per raggiungere lo scopo; per cui niente di meglio che trasportare a Roma quello che gli ebrei avevano cumulato nel corso dei secoli, per l'appunto il tesoro. Utile tra l'altro, in quanto l'imperatore volle abbellire la città con un grandioso programma edilizio che comprendeva tra l'altro l'edificazione del tempio della Pace e dell'anfiteatro Flavio (Colosseo, ndr), simbolo della maiestas imperii
Tra i provvedimenti più importanti di Vespasiano la promulgazione della "Lex de imperio", il cambio dello statuto della guardia pretoriana, la messa al bando dell'eccessivo lusso dei patrizi, la riforma del Senato e dell'ordine equestre dei quali ordinò la rimozione dei membri indegni e corrotti.
I maligni dell'epoca riportarono che fosse avaro. In realtà Vespasiano fu un illuminato economista. Da figlio di gente umile sapeva bene cosa significasse tirare la cinghia. E lui non era uno sperperone. Questo non toglie che non fosse generoso con chi si trovava in difficoltà finanziarie, aiutato sempre ed in qualsiasi momento. (Veronica Incagliati)