Accadeva Oggi

15 dicembre

    15 DICEMBRE LA MORTE DI GIUSEPPE PINELLI   Un gran brutto giorno quel 15 dicembre 1969. Pensate, trentanove anni fa. E sì, perché il tempo corre velocemente ed anche, se una vita indietro, sembra proprio che sia stato appena ieri. Un gran brutto giorno, dicevamo! Seguiva, ad appena 72 ore di distanza, la strage di piazza Fontana a Milano. L'Italia non si era ancora ripresa. Di fronte ai 17 morti e agli 88 feriti di quell'orrendo attentato, il Paese stentava infatti a comprendere come si fosse  potuto arrivare a tanto. Senonché le vittime era lì a testimoniare, con i loro corpi devastati, che chi aveva pianificato quell'orrendo crimine non si era posto certi problemi. Ma chi era stato? I fascisti, i comunisti, gli anarchici? Gli anarchici, erano stati loro si pensò subito in Questura. Sempre loro. E chi altri, sennò? E giù allora con le retate. In via Fatebenefratelli fu così un via vai di militanti. Li presero nelle loro abitazioni, nei circoli, dove facevano crocchio. C'era anche Giuseppe Pinelli, un ferroviere di 41 anni, uno dei vecchi del gruppo. I compagni ne avevano rispetto perché da giovane, durante la Resistenza, aveva fatto la staffetta delle Brigate Bruzzi Malatesta. Non era però una testa calda.
- L'alibi, l'alibi. Dove eri il 12 dicembre?
Quante domande, tante, troppe.
- Dicci dov'eri, diccelo....
Faceva caldo in quella stanza, nonostante la stagione invernale. Ma non avrebbe potuto essere altrimenti, con quattro poliziotti ed un carabiniere lì dentro. E poi fumavano tutti e quell'interrogatorio che non aveva mai fine. Fu allora che qualcuno disse di aprire la finestra per cambiare l'aria. Meglio se fosse stata chiusa. Forse Pinelli sarebbe ancora vivo, magari con molti anni in più sulla schiena, magari a raccontare i suoi trascorsi nella "Gioventù Libertaria" e nel circolo "Sacchi e Vanzetti" da lui fondato. Invece la finestra era aperta e lui giù, precipitato poco prima di mezzanotte. Un bel volo, niente da fare. Suicidio, omicidio? L'inchiesta (parliamo della seconda), affidata al giudice Gerardo D'Ambrosio, stabilì che si trattò di un incidente e che il commissario Luigi Calabresi che aveva preso parte all'interrogatorio era completamente estraneo alla morte, trovandosi in un'altra stanza della Questura. Bisognava credergli, bisogna credergli tutt'oggi. Serietà a parte, D'Ambrosio non era certo un magistrato con simpatie di destra. Tutto il contrario. Difficile quindi che abbia potuto sbagliarsi. Eppure nessuno, né la componente anarchica, né i comunisti, né l'intellighentzia di sinistra (quella salottiera e radical-chic) si è voluto attenere alla sentenza. Il tam-tam sulla colpevolezza dei poliziotti, su quella di Calabresi in particolare, aveva fatto sentire il suo richiamo da tempo. Il primo a pagare proprio lui, Calabresi, assassinato una mattina di maggio del 1972. E dire che nell'istruttoria era scritto: "Tutto lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non fosse nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli". Ma si sa, la "disinformazione" - nata nei laboratori del Kgb - è sempre stata l'arma migliore della sinistra estrema, così ancor oggi  se chiedete a qualcuno di questi ragazzotti che ruotano attorno alle varie correnti studentesche e anarchico-insurrezionaliste come morì Pinelli, la risposta sarà sempre la stessa: fu ucciso dalla polizia. Vero si è che la dinamica di quella disgrazia non è stata mai chiarita al cento per cento, dando adito a supposizioni che potrebbero anche essere prese per buone solo se non ci trovassimo di fronte ad una provata malafede. La tragica fine di Pinelli - come tanti altri casi del resto - ha dimostrato comunque che ogni evento non è mai fine a se stesso ma serve per portare acqua alle proprie idee politiche. Noi "Pino" vogliamo ricordarlo invece per quello che era: una brava persona che credeva in ciò che diceva e che non aveva mai fatto male a nessuno. (Veronica Incagliati)