Accadeva Oggi

13 dicembre

    13 DICEMBRE LA CADUTA DI NANCHINO Nanchino, capitale della Repubblica di Cina nell'anno di grazia 1937, cadde ad opera dell'esercito imperiale giapponese il 13 dicembre. Non ci fu resistenza in quanto la città era stata abbandonata a se stessa dal generalissimo Chiang Kai-shek comandante in capo dell'Armata del Partito Nazionalista Cinese (Kuomintang) che aveva preferito spostare il Governo da un'altra parte, a Wuhan. In poche ore le divisioni nipponiche - nella fattispecie la 6a, la 9a, la 16a e la 114a - entrarono attraverso le porte della capitale, dopo avere avuto ragione delle deboli difese. Chiang Kai-shek non aveva voluto sacrificare infatti le truppe migliori, sapendo che sarebbe stato tutto inutile di fronte al numero soverchiante del nemico il quale poteva contare su truppe meglio equipaggiate, su un armamento moderno ed in particolare sull'aviazione. Affidò pertanto la difesa della città al generale Tang Shengzhi che radunò all'ultimo minuto un esercito raccogliticcio di centomila soldati - molti dei quali reduci dalla battaglia di Shanghai caduta in mano giapponese il 9 ottobre - che non avevano alcuna preparazione. Fu facile quindi facile per i giapponesi, guidati dal tenente generale Yasuhito Asaka zio dell'imperatore Hirohito, avere ragione dei soldati cinesi ai quali tra l'altro era stato ordinato di evitare fughe di civili dalla città anche ricorrendo alla forza.
A mente fredda, senza essere noi storici ma semplici espositori di fatti ripresi dalle cronache, quelle disposizioni - dettate naturalmente dalla ragion di Stato - portarono però a conseguenze drammatiche per la popolazione che per sei settimane fu sistematicamente in balia de giapponesi. Il 13 dicembre aveva inizio il massacro di Nanchino.
Come questo sia potuto accadere, non è stato ancora messo bene in luce anche perché il 7 dicembre le Forze Armate nipponiche avevano ricevuto un dispaccio dal quartiere generale molto preciso. Se i soldati - si diceva - avessero commesso qualsiasi atto illegale, si fossero dati al saccheggio o peggio, sarebbero stati puniti severamente. E' anche vero però che, dopo avere conquistato Changshu e circondato Nanchino, Yasuhito Asaka aveva inviato un ultimatum a Tang Shengzhi perché si arrendesse e aprisse le porte della città. Se i cinesi avessero ubbidito - si proseguiva - non sarebbe stato fatto alcun male, né ai civili innocenti né al personale militare. Si attese la risposta che però non arrivò ragion per cui il generale giapponese Iwane Matsui (il quale, per inciso, era un diretto superiore di Asaka) ordinò l'attacco. Da quel momento ebbe inizio il massacro. Si calcola che fino al febbraio 1938 siano state uccise, seviziate, violentate nel modo più orrendo dalle 200 alle 500 mila persone. Vittime soprattutto le donne tant'è che il massacro viene anche conosciuto come "lo stupro di Nanchino".
Leggere questa storia e sentirsi accapponare la pelle è tutt'uno. E' disonorevole che ancora oggi una parte della intellighentzia giapponese, legata alle tradizioni militari e al nazionalismo più estremo, neghi  questi fatti. Non si può d'altra parte avvalorare le tesi degli storici cinesi che parlano di olocausto. Questo ci riporta ai morti armeni durante la 1° Guerra Mondiale che si vogliono ad ogni costo far passare come vittime di un genocidio ad opera dell'esercito turco. Secondo noi occorre andare piano con le parole. Olocausto e genocidio si possono solo accostare all'odissea degli ebrei decimati nei capi di sterminio nazista. Questo perché il loro sterminio era stato pianificato a tavolino da Adolf Hitler molto prima che scoppiasse il secondo conflitto mondiale. Il massacro di Nanchino ed i morti armeni rientrano invece in un discorso più generale che è quello legato alla crudeltà, sia di chi impartisce certi ordini sia di chi li esegue. Non cambia nulla comunque. Quando si uccide come fecero i giapponesi a Nanchino con cinica e sadica violenza senza alcun rispetto della dignità umana, che le vittime sia state mille o centomila o 500 mila come accreditato dagli archivi statunitensi, poco cambia. Non è il numero che rende un fatto storico più atroce. Auguriamoci solo che questo non debba capitare più. (Veronica Incagliati)