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26 novembre

          26 NOVEMBRE I DIECI PUNTI DI CORDEL HULL I26 novembre 1941 il Segretario di Stato Usa, Cordel Hull, consegnava all'ambasciatore nipponico a Washington, Kishisaburo Nomura, l'ultimatum degli Stati Uniti: o Tokyo si dichiarava pronto ad accettare i dieci punti contenuti nel testo o - ma questo era solo implicito - la guerra tra Giappone ed America sarebbe stata la naturale conseguenza. L'aut aut dava alla Casa Bianca la matematica certezza che l'Impero del Sol Levante non avrebbe potuto cedere a simili richieste che avrebbero significato lo strangolamento economico del Paese del Tenno. L'ultimatum in questione prevedeva infatti che, per il mantenimento della pace nel Pacifico, il Governo nipponico disconoscesse le conquiste militari ottenute fino al qual momento ritirando le sue truppe dall'Asia sud-orientale e dalla Cina, di quest'ultima compresi i territori che erano stato acquisiti con il conflitto russo-giapponese del 1905. Tokyo naturalmente rifiutò ma era proprio quello che voleva il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt il quale, in quella occasione, si era comportato sessantuno anni prima alla stessa stregua di George W. Bush con l'invasione dell'Iraq. Lanciare un'esca, con relative accuse di militarismo guerrafondaio, per far vedere al mondo che occorreva guardarsi dagli "Stati canaglia" e che pertanto l'unico rimedio era andare alle armi.
Roosevelt voleva a tutti i costi entrare in conflitto con il Giappone ma il casus belli doveva essere ben studiato per non irritare le madri degli americani che non volevano più mandare i loro figli a combattere all'estero. Quindi fece il possibile per mettere con le spalle al muro Tokyo che, se avesse accettato i punti della "Hull Note", avrebbero dovuto rinunciare ai ricchi possedimenti di petrolio, acciaio e  ferro nonché ai giacimenti di materie prime indispensabili per la sopravvivenza del Paese. Non solo, ma la Casa Bianca aveva già ordinato, in data 25 luglio 1941, il congelamento dei conti correnti e dei beni giapponesi negli Stati Uniti. Inoltre aveva impartito ordini precisi alla sua  flotta militare perché vietassero alle navi nipponiche di accedere nel Canale di Panama, oltre ad un embargo di tutti  i convogli diretti in Giappone. Il presidente Usa sapeva benissimo, una volta sparato il primo colpo da parte dei "musi gialli giapponesi (questo l'epiteto), che la nazione indignata avrebbe risposto compatta al grido di vendetta. E sapeva anche che l'obiettivo dei nipponici sarebbe stato senz'altro Pearl Harbour. La base del Pacifico doveva essere colta di sorpresa, ci dovevano essere i morti; tanti morti. Non per nulla furono 2043, poco meno di quelli delle Torri Gemelle. Con cinica determinazione dette disposizione ai suoi più stretti collaboratori e ai capi delle varie intelligence di tenere nascosto ai due comandanti americani di Pearl Harbor, Husband Kimmel e Walter Short, che l'ammiraglio giapponese Isoroku Yamamoto avrebbe sferrato un pesante attacco. Ma preventivamente fece allontanare le portaerei dalla base, per accoglierle in rifugi più sicuri, di modo che nella rada rimanessero vecchie corazzate e vecchi incrociatori. In poche parole Roosevelt si comportò né più né meno come il dott. Stranamore. Roosevelt - secondo quanto annotò Henry L. Stimson, già ministro della guerra - ebbe a dire: "Dobbiamo manovrare i giapponesi in modo che sparino il primo colpo ed appaiano quindi come aggressori ma senza arrecarci troppo danno". Probabilmente ebbe ragione lo storico Erik von Kuehnet-Leddihn a definire il presidente Usa "il più grande creatore di tombe nella storia del mondo occidentale".
L'inganno di Pearl Harbor fu ancora più grave in quanto i responsabili - dal Capo di Stato Maggiore generale George C. Marshall, al capo delle operazioni navali Harold Stark - non solo nascosero ai comandanti di cui sopra ciò che stava per accadere ma si spinsero a far pervenire loro notizie che nascondevano la verità facendo credere che l'attacco sarebbe stato portato nelle Filippine o in Malesia. Ma c'è di più: sapendo che tutti i messaggi Usa erano intercettati dai servizi segreti nipponici, con vera raffinatezza si fece credere a Tokyo che Pearl Harbor era poco difesa in modo da indurre lo Stato Maggiore del Tenno a puntare su questa base. Se fosse stato diversamente, l'ammiraglio Yamamoto avrebbe desistito. Cosa che Roosevelt non voleva assolutamente. Aveva preparato il suo discorso al popolo americano molte ore prima che su Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941, si scatenasse l'inferno. (Veronica Incagliati)