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21 novembre

    21 NOVEMBRE VOLTAIRE Voltaire, Voltaire, Voltaire...ma quanti sanno che questo nome era lo pseudonimo di François-Marie Arouet Le Jeune che lo scrittore e filosofo francese prese durante il suo esilio in Inghilterra? Vi si era rifugiato per riparare alle ire della nobiltà della Corte di Luigi XV per via di certi scritti contro l'assolutismo e non aveva trovato niente di meglio che anagrammare il cognome Arouet. Ma sempre figlio dei suoi genitori era, e sempre nato a Parigi il 21 novembre 1694.
Uomo di grandissima cultura, in parte ereditata dagli studi fatti presso il collegio gesuita di "Lois-le-Grand", in parte perché era nella sua natura avvicinarsi a tutte le sperimentazioni filosofiche per comprenderle meglio e semmai confutarle, Voltaire si può considerare uno dei padri dell'Illuminismo francese pur discostandosi da Denis Diderot, Jean-Jacques Rousseau e da altri. Troppo ironico, troppo sarcastico, troppo portato alla satira, all'irrisione aperta e all'umorismo, troppo "anarchico" per appartenere ad una corrente e per sentirsi legato a qualcosa o a qualcuno. Anche quando entrò nella Massoneria, poco prima di morire nel 1778 - quando già erano vivi i sentori della Rivoluzione - lo fece più per curiosità scientifica che per altro. Il genio, in fondo non si identifica con niente. Una cosa però ebbe sempre chiara nella vita: l'amore per le donne alle quali, seppure infedele, seppe regalare momenti felici. Ed altrettanti ne prese. Ed ugualmente un'altra cosa ebbe chiara: la consapevolezza del principio della libertà dell'individuo, principio fondamentale come quello di un sistema giudiziario che fosse contrario alla tortura e alla pena di pena. 
Su Voltaire, a scuola ci avevano detto tante cose, che fosse - ad esempio - un miscredente. Niente di vero. Da buon filosofo, Voltaire aveva certo le sue idee in fatto di religione, questo non vuol dire che non credesse in un essere superiore. Semmai, della religione non poteva sopportare il fanatismo tanto che nel 1736 scrisse un'opera ("Le fanatisme, ou Mahomet I le prophète") che era un atto di accusa contro l'integralismo dell'Islam. In una lettera scritta nel 1771 a Federico II di Prussia, uno dei suoi ammiratori e protettori (lo aveva infatti nominato ciambellano), Voltaire volle spiegare al Re le ragioni per le quali egli aveva orrore per il fanatismo. "L'action que j'ai pente est atroce....La trama è atroce, C'è un giovane nato virtuoso che, sedotto dal suo fanatismo, assassina un vecchio che lo amava, sicuro di servire Dio, rendendosi colpevole, senza saperlo, di un parricidio".
Ora, ditemi voi, non è quello che sta succedendo ai nostri giorni con quei fanatici musulmani che si immolano per una causa (anche giusta) facendo strage di innocenti solo perché qualcuno li ha indottrinati in nome della fede? Fanatici e giovani. Anche Voltaire la pensava così. "Faccio notare che tutti quelli che hanno commesso in buona fede dei crimini di questo tipo erano dei giovani".
Per dirla con Voltaire, superstizione e fanatismo sono quindi bubboni per i quali si può tranquillamente sacrificare tutto, anche la famiglia. Ma diamo ancora la parola al nostro: "...chiunque porta la guerra contro la sua stessa Patria, e osa farlo in nome di Dio, non sarebbe capace di qualsiasi cosa? Io non ho voluto mettere in scena un fatto reale, ma degli atteggiamenti reali; mostrare cosa pensano veramente gli uomini quando si trovano in certe circostanze, le cose terribili che può far loro escogitare la furbizia e le atrocità che il fanatismo può far commettere".
Noi diremmo di fermarci qui consigliandovi - semmai abbiate qualche scampolo di tempo libero che vi distragga dalle idiozie de "Il grande fratello" o de "L'isola dei famosi" - di leggere il romanzo satirico "Candide", dove Voltaire si fa beffe dell'ottimismo ipocrita. C'è da rifletterci sopra. (Veronica Incagliati)