Accadeva Oggi

16 novembre

    16 NOVEMBRE   DOSTOEVKIJ ED IL PLOTONE DI ESECUZIONE Immaginate di trovarvi davanti ad un plotone di esecuzione, di avere confessato se siete un buon cristiano i vostri peccati ad un prete e di raccomandare l'anima a Dio. Immaginate di sentire già la voce del capitato che comanda ai suoi soldati di caricare di fucili, di puntare e di gridare la fatidica frase "fuoco". Immaginate questo ed altro, ed immaginate anche che all'ultimo momento, inaspettata, arrivi la grazia della vita. Non pensate che ce ne sia a sufficienza per dare di testa e, comunque, per rimanere segnati per tutti gli anni che vi restano? E quello che capitò a Fedor Michajovic Dostoevskij, il grande scrittore russo, che arrestato il 21 aprile 1849 con l'accusa di partecipazione a società segrete aventi lo scopo di sovvertire lo Stato, fu condannato a morte assieme ad altri venti imputati. Il 19 novembre dello stesso anno all'alba fu prelevato nella cella dalle guardie e portato al patibolo. Tre minuti esatti prima che di venire fucilato gli fu annunciato che lo zar Nicola I - probabilmente sensibile al fatto che il padre del giovane Fedor apparteneva ad una buona nobiltà e che tante erano state le istanze inoltrate a Corte dalla intellighentzia moscovita perché avesse salva la vita - gli aveva commutato l'esecuzione capitale ai lavori forzati da scontarsi in Siberia nella fortezza di Omsk. Da quella esperienza Dostoevskij rimase talmente scosso da non solo soffrendo di disturbi nervosi che in breve tempo lo avrebbero portato alla epilessia, ma da porsi di fronte ad una serie ininterrotta di riflessioni sulla pena di morte come ci testimoniano alcune opere come "L'idiota" e "Delitto e castigo". In quest'ultimo romanzo c'è un passo che è emblematico del trauma subito il 19 novembre. Leggiamolo insieme:
"Dove mai ho letto che un condannato a morte, un'ora prima di morire, diceva o pensava che, se gli fosse toccato vivere in qualche luogo altissimo, su uno scoglio, e su uno spiazzo così stretto da poterci posare soltanto due piedi, -avendo intorno a sé precipizi, l'oceano, la tenebra eterna, un'eterna solitudine ed una eterna tempesta, e rimanersene così, in un metro quadrato di spazio, tutta la vita, un migliaio di anni, l'eternità, - anche allora avrebbe preferito vivere che morir subito? Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere in qualunque modo, ma vivere!...Quale verità! Dio, che verità! E' un vigliacco l'uomo!...Ed è un vigliacco chi, per questo, lo chiama vigliacco".Nato nel 1821 a Mosca e morto nel 1881 a San Pietroburgo per i postumi di un enfisema polmonare, Dostoevskij uscì dall'inferno bianco della prigione siberiana che aveva trentatré anni nel pieno del vigore intellettuale. La buona condotta l'aveva salvato dall'inedia dei campi zaristi di rieducazione per proiettarlo come soldato semplice in un battaglione che si trovava ai confini con la Cina. Verrà rilasciato nel 1859 e, quantunque interdetto inizialmente dal mettere piede a San Pietroburgo, sarà per lui l'occasione ed il momento giusto per buttare giù alcune delle sue più belle pagine di narrativa, quali "Memorie della casa dei morti", "Umiliati ed offesi", "Delitto e castigo", "Il giocatore", "I Demoni" e da ultimo "I fratelli Karamazov" considerato - come annota Wikipedia - "il suo canto del cigno, il suo romanzo più voluminoso e forse più ricco di drammaticità e di profonda moralità". (Veronica Incagliati)