Accadeva Oggi

12 novembre

    12 NOVEMBRE I MORTI DI NASSIRIYA   Trecento dollari. Tanto valeva la vita dei 19 italiani e dei 9 iracheni rimasti uccisi. Ne volevano diecimila. Una strage, come quella di Nassirya compiuta il 12 novembre 2003 per la causa integralista, in fondo ne valeva di più ma gli orientali sono pronti a mercanteggiare anche sulla vita. E Said Mahmoud Abdelaziz Haraz - che poi il giorno che sarà catturato per evitare guai peggiori racconterà tutto sull'attentato ai nostri magistrati - non voleva sborsare un verdone in più per riavere quella vecchia autocisterna di fabbricazione russa contenente 3.500 chili di esplosivo che era stato sequestrata dalla polizia irachena.
Questo Said - come dirà lui stesso ai magistrati romani Franco Ionta, Pietro Saviotti ed Erminio Amelio presenti quattro ufficiali del Ros carabinieri - era abituato a preparare azioni terroristiche. Si era già fatto notare a suo tempo in Kurdistan quando nel 1991 aveva preso parte all'insurrezione del popolo contro Saddam Hussein. Aveva anche rischiato di essere impiccato ma alla fine era riuscito ad evitare la corda e a riparare a Falluja. Cambiato il vento, il nemico non era più il ras di Baghdad ma l'invasore anglo-americano. E naturalmente le forze alleate, italiani compresi, che attraverso la missione "Antica Babilonia", prendevano parte ad una operazione militare per il mantenimento della pace (peacekeeping).
Said adesso è un membro della rete di Abu Musab Al Zarqawi, pronto ad immolarsi per la causa, o meglio a fare immolare altri perché lui in fondo ci tiene a non saltare in aria. Con Thamer Haji, un pregiudicato politico e disertore, si mette alla ricerca di un obiettivo da colpire. Perlustrano mezzo Iraq e convengono che soprattutto i siti degli americani sono inavvicinabili. Troppo protetti. Poi una mattina il colpo di fortuna. A Nassiriya vedono sventolare una bandiera italiana su un edificio. Tutto tranquillo, scarsi controlli, lontani dalla capitale. Una occasione da non perdere. Insomma l'ideale per un attentato in grande stile. Si comunica la notizia ad Al Zarqawi che la passa alla Shura per l'approvazione finale, quindi si comincia a lavorare al progetto. Un sopralluogo sul luogo rivela subito la superficialità della difesa. "L'osservazione - dichiarò Said nel corso del suo interrogatorio nel 2004 - durò circa due ore. Facemmo una serie di passaggi davanti agli obiettivi e individuammo nei pressi di una delle basi italiane un ospedale dove poter parcheggiare uno dei due mezzi con cui intendevamo condurre l'attacco: un'ambulanza di cui eravamo in possesso. Non riuscivamo a capacitarci dell'inverosimile situazione logistica degli italiani. La loro base, ubicata nel centro della città, era divisa in due parti. Le misure di sicurezza erano scarse. chiunque avrebbe potuto attaccare, visto che la strada di accesso era molto facile. Fummo molto precisi e riuscimmo a compiere lo studio degli obiettivi per il loro intero perimetro, scoprendo il punto più debole". Questo, nonostante che una inchiesta guidata dal generale Virgilio Chirieleison all'indomani della strage, indicasse che non c'erano state omissioni nell'organizzazione della sicurezza del presidio. Fatto si è che l'altra inchiesta, quella civile, arrivava ad un diverso risultato con la richiesta di rinvio a giudizio di due generali dell'esercito e di un colonnello dei carabinieri.
Ma ritorniamo al racconto di Said. Preparato l'attentato nei minimi particolari, bisognava scegliere la persona che si fosse votata per fare il kamikaze. Niente di più facile, visto e considerato che a quell'epoca (oggi molto meno) c'era  la fabbrica dei martiri. Fuori uno, avanti un altro. Per Nassiriya vengono scelti Abu Zubeir, un ragazzotto di circa 23 anni, e Abu Abdullah Orduni. E' ottobre. Non resta che portarsi sull'obiettivo, ma sorge un contrattempo. Thamer Haji si è fatto beccare con il suo carico di morte sulle rive del Tigri. L'autocisterna viene sequestrata e finisce in una caserma della polizia irachena sotto il controllo di un contingente ucraino. Said deve sbrogliare il pasticcio. L'uomo di Al Zarqawi si mette così subito al lavoro per contattare gli agenti della polizia irachena che pretendono per la restituzione del mezzo diecimila dollari. La trattativa va avanti fino all'alba del 12 novembre, poi si sblocca. Tre biglietti da cento dollari passano di mano. Abu Zubeir ed il suo compagno sono ancora lì che aspettano di fare il loro viaggio senza ritorno. Alle h. 10.40 la base "Maestrale" degli italiani non c'è più. Una guardia all'ingresso aveva tentato con il suo  mitragliatore di fermare i kamikaze, inutilmente. Un boato ed i morti. 
Sono questi:

CarabinieriMassimiliano Bruno (marescialllo), Giovanni cavalaro (sottotenente), Giuseppe Coletta (brigadiere), Andrea Filippa (appunato), Enzo Fregosi (sottotenente), Daniele Ghione (maresciallo capo), Horatio Majiorana (appuntato), Ivan Ghitti (brigadiere), Domenico Intravaia (vice brigadiere), Filippo Merlino (sottotenente), Alfio Ragazzi (maresciallo aiutante), Alfonso Trincone (sottotenente)
EsercitoAlessandro Carrisi (primo caporal maggiore), Emanuele Ferraro (caporal maggiore capo scelto), Massimo Ficuciello (capitano), Silvio Olla ( maresciallo capo), Pietro Petrucci (caporal maggiore)
CiviliMarco Beci (cooperatore internazionale), Stefano Rolla (regista).
A queste vittime vanno aggiunte, le nove irachene. (Veronica Incagliati)