Accadeva Oggi

8 novembre

     8 NOVEMBRE

LE CATILINARIE Quo usque tandem abutere, Catilina, Patientia nostra?
Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet?
Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?
Nihilne te nocturnum praesidium Palatti, nihil urbis vigilae, nihil timor populi, nihil concursus bonorum omnium, nihil hic munitissimus habendi senatus locus, nihil horum ora vultusque moverunt?
Patere tua consilia non sentis?
Constrictama iam horum omnium scientia teneri coniurationem tuam non vides?
Quid proxima, quid superiore nocte egeris, ubi fueris, quos convocaveris, quid consilii ceperis, quem nostrum ignorare arbitratis?

E daie! Non la finiva più Marco Tullio Cicerone. Che cosa poi di tanto grave aveva fatto Catilina per una così dura arringa contro di lui, e per di più in un luogo pubblico come il Senato, non è stato del tutto chiarito. Non vi è dubbio che il suddetto non era uno stinco di santo tanto che Sallustio Crispo lo descrive come una persona di indole malvagia e corrotta. Ne va dimenticato che  qualche cosa di vero doveva esserci in quella congiura ordita da lui e da altri sprovveduti patrizi romani che pare avessero contattato varie tribù della Gallia a cominciare da quella degli Allobrogi perché gli aiutassero nella formazione di una nuova Repubblica. E' pur vero però che la ferocia e la tracotanza che Cicerone vedeva nel 46enne rivale erano esagerate. Semmai il grande avvocato aveva compreso che, qualora Catilina (nato Lucio Sergio nel 108 a.C ) fosse stato nominato console con l'appoggio della plebe, avrebbe mantenuto le sue promesse, intanto redistribuendo le terre demaniali e le prede di guerra, secondariamente rimettendo i debiti. Apriti cielo! Una proposta che allarmò la classe senatoria ed in particolare Cicerone il quale colse l'occasione di un attentato sventato ai suoi danni grazie ad una soffiata dell'amante di un congiurato, per convocare il Senato nel tempio di Giove Statore e per attaccare violentemente il ragazzaccio. Era la prima Catilinaria. Data: 8 novembre 62 a. C.  A quella ne seguiranno subito altre tre.
Certo, Catilina non poteva competere in fatto di oratoria con quel mostro di Cicerone che, allorquando prendeva la parola, era un fiume in piena. Tra l'altro aveva sempre le prove. Perché mica era un azzeccagarbugli l'arpinate! Prima si documentava bene, faceva le sue indagini, spaccava il capello in quattro e quindi partiva alla carica. Chi poteva resistergli in Senato? Nessuno, forse Sergio Sulpicio Rufo, ma questi arringava su altri fronti e non si erano mai scontrati. Dunque, eccoli vis-a-vis, tutto intorno il silenzio. Come era stato previsto, Cicerone presentò le sue pezze di appoggio, delle lettere che accusavano Catilina di attentare alla Repubblica. Forte dei pieni poteri che era riuscito ad ottenere grazie ad un provvedimento preventivamente fatto votare dal Senato, complive l'amico Rufo e Marco Porcio Catone Uticense (Senatum consultum ultimum de re pubblica defendenda), Cicerone aveva infatti provveduto a far svolgere delle sue indagini personali sulla condotta di Catilina per cui non gli era stato difficile trovare qualche scheletro negli armadi.
Volete le prove? Eccovele, disse. Ed intanto mostrava - per scioccare maggiormente l'immagine di quei vecchioni dei senatori - "quell'ampia e vistosa corazza" che aveva messo sotto la toga "non perché - sebbe a ottolineare - mi proteggesse dai colpi, che io sapevo essere suo costume (di Catilina, ndr) sferrare non al fianco o al ventre ma al capo e al collo, bensì per richiamare l'attenzione di tutti gli onesti". E proprio per richiamare l'attenzione a cui faceva riferimento, si era presentato nel tempio di Giove Statore circondato da una guardia del corpo che il Silvio Berlusconi se la sarebbe sognata..
A Catilina non restava che lasciare la città, ossia Roma, e dirigersi verso Pistoia. Quelli che non fecero in tempo a scappare furono condannati alla pena capitale, portati nel carcere Mamertino e strangolati sic et simpliciter. In quanto a Catilina, il suo esercito - una sorta di armata Brancaleone - fu sconfitto nei pressi dell'attuale Pistoia dove lui stesso perse la vita. Gli scampati furono crocifissi, così tanto per dare un esempio.
"Vixerunt", annunciò Cicerone che fu proclamato pater patriae. Senonché la morte dei catilinari in maniera così cruenta, senza che fosse concesso loro - che erano cittadini romani - di appellarsi al popolo e di ottenere la grazia con l'esilio secondo l'usanza della provocatio ad populum, offrì il destro all'emergente Caio Giulio Cesare che gli rimproverò di avere agito troppo precipitosamente; tant'è che quattro anni dopo i populares ai quali apparteneva Catilina si vendicarono facendo votare una legge con effetto retroattivo che condannava all'esilio chiunque avesse mandato a morte un cittadino romano senza concedergli per l'appunto la provocatio ad populum. Una legge, peraltro, che nascondeva la mano di Cesare. Il povero Cicerone fu privato di tutti i suoi beni e costretto addirittura a lasciare l'Italia. Non vi rientrerà che nel 57 a. C . per riprendere con maggiore impegno la carriera di oratore.
Il detto "chi la fa l'aspetti", nel 43 a. C. avrebbe ripagato però Cicerone della stessa moneta. Ebbe il torto, dopo l'assassinio di Cesare, di mostrare una certa simpatia per i congiurati. Non solo, ma pare che fosse stato addirittura al corrente del piano per uccidere il Divo Giulio nelle Idi di marzo. Marco Antonio e Gaio Giulio Cesare Ottaviano non gliela avrebbero perdonata. Specie il primo, nei confronti del quale Cicerone aveva pronunciato una serie di orazioni note con il nome di "Filippiche". Mentre Ottaviano decideva di inserire quest'ultimo nelle liste di proscrizione, Antonio passava alle vie di fatto inviando i suoi sicari a Formia per togliere di mezzo Cicerone. Riporta Tito Livio: "Sporgendosi dalla lettiga ed offrendo il collo senza tremare, gli fu recisa la testa. E ciò non bastò alla sciocca crudeltà dei soldati: essi gli tagliarono anche le mani, rimproverandole di avere scritto qualcosa contro Antonio". Ottaviano in seguito si pentì di quel delitto sottolineando che Cicerone era stato un saggio che aveva amato la patria. Lacrime di coccodrillo. Come quelle di sua sorella Ottavia. La nobile signora non aveva mancato di pungere con uno spillone la lingua del vecchio senatore che aveva osato muovere accuse contro di lei per la condotta immorale. (Veronica Incagliati)