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29 ottobre

    29 OTTOBRE   CORRADINO DI SVEVIA Si dice, ma non avendolo potuto verificare di persona lo diamo come vox populi, che a Napoli la  chiesa di Santa Croce al Mercato sia chiusa ed in stato di abbandono. Peccato!
Peccato perché su posto dove sorge il tempio fu giustiziato il 29 ottobre 1268 Corradino di Svevia ultimo discendente della Casata degli Hohenstaufen, nipote di Federico II. Una colonna commemorativa, come da scritta ( Asturis ungue leo pullum rapiens aquilinum hic deplumavit acephakunque dedit-il leone artigliò l'aquilotto ad Astura, gli strappò le piume e lo decapitò), ci ricorda la tragica fine di questo giovanissimo quanto coraggioso condottiero tedesco calato in Italia per liberarla dalla tirannia di Carlo d'Angiò e purtroppo fatto prigioniero da quest'ultimo dopo la battaglia di Scurcola sotto Tagliacozzo. Sebbene il Re francese desiderasse farla subito finita con lo Staufen che negli ultimi mesi gli aveva dato non pochi grattacapi, pure ebbe qualche esitazione prima di affidarlo al boia nella piazza del Mercato. Era pur sempre uno svevo. A trarlo di impaccio e fargli rompere ogni indugio fu Papa Clemente IV al quale si era rivolto per chiedergli cosa ne avesse dovuto fare di quel diciannovenne fiero ed orgoglioso. La risposta del Pontefice fu lapidaria: "Mors Corradini, vita Caroli. Vita Corradini, mors Caroli".
Corradino era figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera, nonché nipote di Re Manfredi ucciso nella battaglia di Benevento nel 1266. Cresciuto in un ambiente lontano dai fragori della guerra, soprattutto lontano dalle lotte tra guelfi e ghibellini e tra papato ed impero, il ragazzo - che le storie ci descrivono bello ed intelligente - se ne sarebbe stato tranquillo nel suo rifugio ben protetto dalla madre, se a sfrugugliarlo e a destare in lui desideri di vendetta per quello che i francesi avevano fatto agli Hohenstaufen non fosse giunto dall'Italia nel castello di Hohenschrwangau un gruppo di ghibellini e di esuli siciliani. Erano i primi mesi del 1267. Il compito della delegazione quello di "svegliare il cagnolino dormiente", convincendolo a prendere le armi contro il Re francese.
Sostenuto dal Grande Elettorato Tedesco, che però poi lo lascerà al suo destino, illuso da una collaborazione economico-militare che gli offrirono numerose città ghibelline, Corradino mosse da Augusta alla volta dell'Italia verso la fine del 1267 con un discreto esercito portandosi dapprima a Trento ed in seguito a Padova, Vicenza, Mantova, Ferrara, Bresia e Bergamo ovunque festosamente accolto. Il 20 gennaio 1268 lasciava Verona per Pavia e Pisa. Qui si incontrava con Federico d'Austria. Le cose tutto sommato non potevano andare per il meglio anche perché la città marinara, oltre a tributare allo svevo un entusiastico tributo di affetto, gli concesse una flotta di una trentina di navi per imbarcare cinquemila soldati. C'era però il problema del Papa che, è vero l'anno prima aveva indirizzato una letteraccia Carlo d'Angio ammonendolo per il comportamento vessatorio che i francesi tenevano nei confronti delle popolazioni meridionali ed avvertendolo altresì delle conseguenze cui poteva andare incontro, ma che rappresentava pur sempre una Chiesa da sempre ostile se non nemica dei tedeschi. Ed infatti il Pontefice  cominciò con lo scagliare la scomunica contro il giovane Hohenstaufen  e l'interdetto sulle città che lo favorivano. Questo ad ogni modo non scoraggiò Corradino che il 24 luglio era a Roma dove era atteso da Enrico di Castiglia, altro suo alleato, e dove si sarebbe trattenuto fino alla metà del mese di agosto dopo avere ricevuto ambascerie e delegazioni ghibelline. Quando vi ripartì era solo per scontrarsi con Carlo D'Angio.
Va detto in proposito che la sconfitta di Corradino a Scurcola il 23 agosto, più che al valore dei francesi fu per una serie di circostanze, non  ultima quella del disarcionamento da cavallo di Enrico di Castiglia che provocò un notevole scompiglio tra le file dei ghibellini. Lo Staufen dovette quindi cercare la salvezza nella fuga. Ma ormai il vento era cambiato e le porte cominciarono tutte a chiudersi, compresa quella di Roma timorosa delle vendetta del d'Angiò che assetato di odio aveva già cominciato a massacrare i prigionieri facendoli mutilare e bruciandoli vivi. Sicuro di potersi imbarcare su una nave al largo di Pisa, fu tradito dal signore del Castello di Astura ,Giovanni Frangipane, e consegnato al Re francese che dapprima lo fece condurre a Palestrina e successivamente a Napoli.
Accusato di tradimento e di lesa maestà, dopo un rapido un processo-farsa, salì il patibolo con dignità non prima di avere avuto un ultimo pensiero per la madre Elisabetta: "Oh madre, oh madre mia, qual notizia avete a sentire". Le sue spoglie riposano nella chiesa di Santa Maria del Carmine, sempre a Napoli:
Secondo una leggenda, Corradino prima di mettere il collo sul ceppo avrebbe lanciato il suo guanto sulla folla. A raccoglierlo sarebbe stato un cavaliere mascherato, non altri che Giovanni da Procida il quale non solo avrebbe ucciso il carnefice ma sarebbe stato tra gli animatori dei Vespri Siciliani. (Veronica Incagliati)