Accadeva Oggi

28 ottobre

    28 OTTOBRE   LA MARCIA SU ROMA La marcia su Roma del 28 ottobre 1922, la nomina di Benito Mussolini a presidente del Consiglio e l'avvento del Fascismo non furono che la conseguenza di un Governo inetto e di una ancor più inetta monarchia, quest'ultima nella persona del Re Vittorio Emanuele III, che non seppero opporsi in tempo al vento di un minaccioso rinnovamento che stava soffiando sull'Italia. Se poco poco, ancora nella primissima mattinata di quel giorno, il sovrano avesse ratificato il proclama di stato d'assedio votato dal Consiglio dei Ministri, di certo gli squadristi e tutti i simpatizzanti che si portavano dietro non avrebbero accettato lo scontro armato con l'esercito rimasto fedele alla Casa sabauda. Vittorio Emanuele III si trincerò invece dietro alla paura di una guerra civile, sconfessando apertamente il Capo del Governo in carica Luigi Facta che solo all'ultimo si era accorto della pericolosità del nuovo ordine proposto da Mussolini e voleva pertanto correre ai ripari sia pure in extremis. La verità è che il Re, forse anche timoroso del fatto che la rivoluzione delle camicie nere potesse far cadere la monarchia, era consapevole come - di fronte ad un Paese in preda alla anarchia a causa di manifestazioni violente e scontri di piazza - occorresse l'uomo forte per togliergli le castagne dal fuoco. E quest'uomo, in quel momento, era  Mussolini. Senz'altro sarebbe stato così. Solo che, nemmeno diciotto giorni dopo la maria su Roma, il nuovo Capo del Governo presentava alla Camera un disegno di legge che attribuiva all'Esecutivo i "pieni poteri", di fatto esautorando Montecitorio della maggior parte delle sue funzioni e permettendo al Consiglio dei Ministri di emanare senza alcun controllo una serie di provvedimenti legislativi sia nel campo economico-finanziario che in quello amministrativo. In questo modo - come scrive Giorgio Candeloro nella sua "Storia dell'Italia contemporanea" - si mirava ad accentuare il carattere autoritario dello Stato e a mettere nelle mani dei fascisti le leve di comando dell'amministrazione nonché a sfoltire le file dei dipendenti pubblici.
Ma torniamo alla marcia su Roma. Non v'è dubbio che nei primi mesi del 1922 Mussolini era propenso a stringere i tempi con una azione di forza, tenuto contro tra l'altro che - nonostante una certa coesione di idee tra lui e Gabriele D'Annunzio - il Vate aveva un seguito tutto suo di nazionalisti e di ex combattenti con i quali - secondo una idea manifestata a Facta - avrebbe voluto fare una marcia sulla capitale in data 4 novembre. Mussolini, che non era del tutto uno sprovveduto, riuscì comunque a neutralizzare D'Annunzio con alcune promesse preparando in gran segreto i piani per quella che doveva essere invece la Marcia delle camicie nere e basta. Dalla sua aveva il noto economista e sociologo Vilfredo Pareto che già il 14 ottobre gli telegrafò dicendo: "Ora, o mai più".
La prova generale fu fatta a Napoli il 24 ottobre con una grande adunata di squadristi. Due giorno dopo Mussolini al cospetto di 60 mila fascisti tenne due discorsi senza però calcare troppo la mano per non allarmare né il Governo né il sovrano. Facta si lasciò ingannare tanto che pronunciò la famosa frase: "Nutro fiducia". Fece male perché all'Hotel Vesuvio Mussolini aveva impartito le sue direttive. Lui se ne sarebbe partito per Milano, in attesa degli eventi; in quanto ai suoi più fedeli collaboratori (vale a dire Italo Balbo, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi e Michele Bianchi) avrebbero marciato alla testa dei manifestanti alla volta di Roma. Altre squadre - dopo avere occupato uffici pubblici, stazioni e centrali telegrafiche - avrebbero dovuto invece confluire nella capitale partendo da Cremona, Pisa, Firenze, Foligno, Tivoli, Monterotondo e Santa Marinella.
Il 27 ottobre Facta, al quale Antonio Salandra aveva prospettato una situazione per nulla tranquilla, cominciò seriamente a preoccuparsi. Eh sì, pensò. Era il momento di correre ai ripari: Per prima cosa se ne andò al Qurininale con in mano il proclama dello stato d'assedio perché il Re lo firmasse. Questi invece si rifiutò, dicendogli anzi che uno dei due era di troppo e facendogli capire chiaramente che doveva essere lui, Facta, ad andarsene rassegnando le dimissioni. L'invito fu raccolto dal Capo del Governo il giorno dopo, attorno alle h. 11:30. Gli squadristi era già partiti alle prime luci dell'alba dalle varie destinazioni. Saltato un accordo tra Salandra e Mussolini per un Governo in comune, Vittorio Emanuele III si decideva a conferire l'incarico a quest'ultimo. Era la fine della democrazia. (Veronica Incagliati)