Accadeva Oggi

21 ottobre

    21 OTTOBRE

EDMONDO DE AMICIS In un'epoca di bulli, meglio sarebbe dire di teppistelli che hanno buone chances per diventare precoci criminali, un libro come il "Cuore" di Edmondo De Amicis diventa a dir poco anacronistico. Eppure, se già nei primi anni dell'infanzia genitori e docenti avviassero i bambini alla lettura di questo testo, retorico e sdolcinato quanto volete ma pur sempre educativo, i mostriciattoli imparerebbero subito che certi sentimenti - quali il rispetto delle gerarchie sociali, la fratellanza umana, l'amor di patria, l'educazione, lo studio ed il rispetto per gli anziani  - non sono valori vuoti e che non hanno nulla hanno da spartire con le manifestazioni di piazza contro un ministro solo perché vuole reintrodurre il maestro unico. Quando uscì il 17 ottobre 1886 il libro ebbe immediatamente un grande successo tanto che nel giro di pochi mesi l'editore Treves dovette mettere mano a numerose  edizioni (40 per la precisione). De Amicis - che pure come scrittore non era alle prime armi, dato che aveva dato alle stampe numerosi opuscoli e saggi in qualità anche di inviato de "La Nazione" di Firenze - ne rimase lui stesso sorpreso. Non avrebbe mai immaginato di diventare così famoso anche all'estero.
Nato il 21 ottobre 1846 ad Oneglia a pochi chilometri da Imperia, il creatore di Enrico Bottini - il ragazzo della terza elementare che raccoglie in un quaderno le impressioni di un anno scolastico - a noi è particolarmente caro perché, oltre a cimentarsi in racconti come "Sull'oceano", "Amore e ginnastica", la "Maestrina degli operai", "La carrozza di tutti" ed altri ancora, ci ha lasciato un testo ("Costantinopoli"), ci offre uno spaccato di quella che fu per secoli la capitale dell'Impero ottomano. Per chi conosce Istanbul dei giorni nostri leggere quello che descrive De Amicis sulla città del Sultano - anni 1878/79 - è un flash back particolarmente utile per capire come fosse la città a quell'epoca. Ecco, ad esempio, cosa scrive a proposito di Stambul: ".....Per riaversi da questo sbalordimento, non c'è che da infilare una delle mille stradicciuole che serpeggiano su per i fianchi delle colline di Stambul. Qui regna una pace profonda, e si può contemplare tranquillamente in tutti i suoi aspetti quell'Oriente misterioso e geloso che sull'altra riva del Corno d'Oro non si vede che a tratti fuggitivi in mezzo alla confusione rumorosa della vita europea. Qui tutto è schiettamente orientale. Dopo un quarto d'ora di cammino non si vede più nessuno e non si sente più alcun rumore. Di qua e di là sono tutte casette di legno, dipinte di mille colori, nelle quali il primo piano sporge sopra il piano terreno, e il secondo sul primo; e le finestre hanno dinanzi una specie di tribune, invetriate da ogni parte, e chiuse da grate di legno di legno a piccolissimi fori, che paiono altrettante casette appese alle case principali, e danno alle strade un aspetto singolarissimo di tristezza e di mistero.....".
Monumenti, moschee, chiostri, minareti, gallerie arcate, fontane di marmo e lapislazzoli, mausolei, muri coperti di mosaici, cancellate dorate, giardini, carozze, pascia e poi ancora portici, terrazze, harem, gallerie, fontane, ghetti, tesori splendenti: nella Costantinopoli di De Amicis c'è tutto. C'è tutta una città nella sua luce e nella sua bellezza, una città "mostruosa, sparpagliata per un saliscendi infinito di colline e di valli; un labirinto di formicai umani, di cimiteri, di rovine, di solitudini; una confusione non mai veduta di civiltà e di barbarie, che presenta una immagine di tutte le città della terra e raccoglie in sè tutti gli aspetti della vita umana". Costantinopoli, dunque, che della grande città non aveva che lo scheletro, ovvero la piccola parte in muratura, perché per il resto era un enorme agglomerato di baracche, uno sterminato accampamento asiatico nel quale brulicava una popolazione mai censita di gente d'ogni razza e di ogni religione. Sì, una grande città in trasformazione composta di città vecchie sfasciate e di città nuove appena sorte un attimo prima, di altre città che stavano sorgendo ovunque. In questo disordine di monti traforati, di colli sfiancati, di borghi rasi al suolo, in questa confusione di aspetti disparati, c'è anche un panorama italiano. Da come ce li dipinge De Amicis i nostri connazionali non fanno però una bella figura. Una colonia tra le più numerose di Costantinopoli ma non delle più prospere. Annotava infatti: "Ha pochi ricchi, molti miserabili, specialmente operai dell'Italia meridionale che non trovano lavoro......Si sentono parlare tutti i dialetti d'Italia".
Scontroso, poco incline alla benevolenza, sempre in rotta con la moglie che pare trattasse male, De Amicis non fu un uomo particolarmente felice. A renderlo ancora più acido il suicidio del giovane figlio Furio. Mori a sessantadue anni. (Veronica Incagliati)