Accadeva Oggi

28 settembre

        28 SETTEMBRE POMPEO MAGNO   Vatti a fidare degli amici e....degli alleati! E, soprattutto, mai voltare le spalle. Ne fece le spese nel 44 a. C.  Giulio Cesare colpito da dietro, alla gola, da Publio Servilio Casca; una prima delle 23 pugnalate infertegli da un gruppo di congiurati. Ne aveva fatte le spese, quattro anni prima, anche Gneo Pompeo Magno che - credendo di trovare nell'Egitto una terra sincera e nel faraone Tolomeo XIII una fedeltà ancor più sincera - ebbe il torto di fidarsi troppo di due vecchi compagni d'arme che avevano chiesto di salutarlo dopo tanti anni che non si vedevano. Poteva dunque Pompeo dubitare di qualche brutto scherzo? Avrebbe dovuto, perché assieme a Lucio Settimio e tal Salvio - ex centuriori che avevano combattuto insieme a Pompeo nella guerra contro pirati - nella rada egiziana ad accoglierlo in pompa magna c'erano anche i consiglieri reali del faraone, Potino, Teodoto da Chio ed Achilla. Mai fidarsi degli orientali. Erano stati loro, infatti, a consigliare Tolomeo perché eliminasse il console romano al fine di ingraziarzi Cesare ormai sulla cresta dell'onda dopo la battaglia vittoriosa a Farsalo. Ma questo Pompeo non poteva saperlo.
Ancora una volta - come capiterà più tardi con il divino Giulio che era stato scongiurato dalla moglie Calpurnia di non uscire di casa perché ne presagiva la morte - sarà una donna a comprendere che alle spalle del suo uomo si stava perpetrando il più vile ed infame dei tradimenti. Cornelia, la moglie, abbracciò piangendo suo marito - che nel frattempo era stato convinto a scendere su una barca più piccola con il pretesto che la triremi non poteva navigare sul fondale basso - ben sapendo di non rivederlo più vivo. Fu infatti così. Prima del passaggio di bordo, Pompeo si rivolse alla moglie e al figlio declamando questi giambi di Sofocle: "Chiunque in casa di tiranno pratichi Di lui servo è, quantunque v'entri libero". A trapassare con la spada Pompeo fu Settimio che, per ingannarlo, qualche attimo prima lo aveva salutato in lingua romana. La testa fu poi decapitata dal busto. Era il 29 settembre, il giorno dopo del suo cinquantottesimo compleanno. Era nato infatti il 28 settembre del 106 a.C nel Picenum. Origini marchigiane dunque, anche se a quell'epoca le Marche non esistevano. La famiglia, oltre che ricca, era rispettabile e poi il padre - Pompeo Strabone - era uno dei più validi generali della Roma repubblicana avendo combattuto con Gaio Mario e con Luco Cornelio Silla.
Morto il padre in battaglia, Pompeo ne erediterà - a parte i beni e le amicizie altolocate - anche le qualità militari che ne avrebbero fatto in breve tempo uno dei più valorosi e sagaci strateghi. Sue le vittorie, in Sicilia contro i Mariani che non volevano più rifornire Roma di grano, in Spagna contro Serorio, nel Mediterraneo contro i pirati, nel Ponto contro Mitridate VI, in Armenia contro Tigrane, in Siria contro Antioco XIII. Per tre volte fu portato in trionfo a Roma, recando con sé tesori incalcolabili. Fu chiamato Magno, cioè grande, ed acclamato come imperator. Plutarco lo definì un Alessando redivivo. Ebbe una sola sfortuna: trovare sulla sua strada Giulio Cesare. Uno dei due era di troppo. Eppure erano anche amici e si rispettavano. Tra l'altro il "divino" gli aveva dato in moglie la propria figlia per cui si erano imparentati. Ma quando c'è di mezzo la lotta per il potere amicizia e parentela non contano più. Pompeo e Cesare erano come due poli elettrici, avrebbero dovuto saldarsi per dare un nuovo impulso alla Repubblica. Invece questa fusione non ci fu, e fu invece la guerra civile. Quando Cesare varcò il Rubicone con le sue legioni, Pompeo fece l'errore di non andargli incontro. Chissà, forse non voleva uno scontro armato sapendo che a rimetterci non sarebbe stato nessuno dei due ma solo Roma. Preferì quindi puntare verso Brindisi in attesa di un momento più propizio, magari venire a patti con l'avversario. Perse così la possibilità di sconfiggere Cesare anche perché le sue legioni erano superiori di numero e più fresche di quelle di Cesare, reduci dalla Gallia. Alla fine però gli eserciti dovettero scontrarsi e fu la sconfitta per Pompeo che pensò in quel frangente di riparare in Egitto per chiedere ospitalità al faraone. Aveva fatto male i conti.
Quando, qualche giorno dopo l'efferato delitto da parte di Settimio, Cesare arrivò alla corte di  Tolomeo, ricevette come benvenuto la testa del suo rivale, assieme al suo anello dove era inciso un leone che tiene una spada nelle sue zampe, e ad una cesta. Cesare a quella vista inorridì e scoppiò in lacrime. Per prima cosa fece giustiziare tutti i congiurati, Tolomeo compreso, quindi consegnò le ceneri di Pompeo e l'anello a Cornelia. Rientrato a Roma fece in modo che l'ex avversario venisse deificato dal Senato al quale impose di far erigere una statua in suo onore. Per ironia della sorte, nelle Idi di Marzi Cesare sarà assassinato proprio ai piedi di quella statua. Si dice che prima di chiudere gli occhi abbia rivolto una preghiera a quello che era stato il suo migliore amico. (Veronica Incagliati)