Accadeva Oggi

24 settembre

    24 SETTEMBRE

IL BRIGANTE MUSOLINO "Chiddu chi non potti n'esercitu, potti nu filu" (Quello in cui ha fallito un esercito, è riuscito un filo). La frase, attribuita al brigante Giuseppe Musolino, è trita e ritrita essendo stata riportata su giornali e riviste centinaia di volte. Ma noi l'abbiamo voluta riprendere se non altro per spiegare come in una mattina di ottobre del 1901 venne catturato colui che l'opinione pubblica, i media, ma soprattutto le autorità di polizia consideravano uno dei più pericolosi latitanti del tempo. Musolino - una serie di omicidi alle spalle - se ne stava tranquillamente camminando lungo una strada che da Acqualagna (la patria del tartufo bianco) portava ad Urbino quando improvvisamente gli comparvero davanti due carabinieri. Credendo che lo stessero ricercando, si mise a correre  a perdifiato per i campi. Dopo un attimo di stupore, dal momento che erano ignari delle sua identità, i militi compresero che chi scappava davanti a loro avesse qualche cosa da nascondere e si misero subito al suo inseguimento. Musolino sarebbe riuscito anche a farla franca, come già era avvenuto in tante altre occasioni, se non avesse inciampato in un filo di ferro nascosto nell'erba. Fu facile allora per per gli appuntati Amerigo Feliziani da Baschi ed Antonio La Serra da San Ferdinando di Puglia piombare sul fuggitivo e ammanettarlo. La latitanza del brigante era durata all'incirca due anni essendo evaso dal carcere di Gerace Marina, l'attuale Locri,  il 9 gennaio 1899. Vi era entrato ingiustamente per una falsa testimonianza ma a quell'epoca - come del resto anche oggi - non si faceva troppo caso alla veridicità delle prove a carico.
Nativo di Santo Stefano in Aspromonte (24 settembre 1976), Giuseppe Musolino non aveva mai fatto parlare male di se. Anzi, in paese tutti lo conoscevano per un giovane lavoratore ed onesto. Faceva il taglialegna. Poi la lite per una questione di nocciole. Era il 29 ottobre 1897 quando venne alle mani in una osteria con i fratelli Vincenzo e Stefano Zoccali. Sembrava tutto finito lì, a parte i coltelli comparsi improvvisamente per un duello rusticano. Ma non era così perché il giorno dopo il Vincenzo rimase vittima di un attentato. Qualcuno gli aveva sparato in una stalla, senza comunque ucciderlo. Sul posto il berretto di Musolino. E chi altri poteva aver fatto fuoco se non lui? Se i carabinieri avessero svolto le indagini in maniera più accurata avrebbero fatto luce sull'episodio puntando su tale Nicola Travia che pure avevano arrestato. Ma si convinsero invece che il colpevole fosse Musolino anche perché nel frattempo il giovane aveva pensato bene di riparare sulle montagne. Fu catturato dopo sei mesi. Il processo fu una farsa per cui quando uscì il verdetto il 24 settembre 1898 la sentenza era bella che scritta. Ventuno anni di reclusione. A quell'epoca non si andava tanto leggeri con le condanne. Fu da quel giorno che Musolino giurò la sua vendetta gridando che ad uno dei falsi testimoni "avrebbe letteralmente mangiato il fegato" o "ne avrebbe venduto la carne come animale da macello". Non fece né una cosa né un'altra, ma quando l'anno dopo con un gruppo di detenuti evase dalla prigione non ebbe pace fino a che un uccise il "giuda maledetto" e dietro a lui tanti altri. In breve si fece la fama di brigante imprendibile e feroce tanto che la taglia sulla testa ad un certo momento arrivò a 5.000 lire. Non erano poche e comunque tante per indurre a tradirlo. Ma nessuno osò farlo anche perché era sotto la protezione della 'ndrangheta pur non facendone parte. Nonostante la sua fama fosse uscita oltre i confini nazionali grazie ad alcuni resoconti giornalistici apparsi sul <Times> inglese e sul <Le Figaro> francese, nonostante che le sue gesta si ritrovassero nelle canzoni popolari di noti autori, Musolino si era stancato però di scappare per cui decise che doveva chiedere la grazia al Re Vittorio Emanuele III. L'incidente del filo di ferro ad Acqualagna spense ogni sua illusione. Per la sua cattura lo Stato aveva speso all'incirca un milione di lire considerato la dislocazione delle truppe perennemente impegnate per la caccia all'uomo. Scriveva in proposito "La Tribuna Illustrata>: "Nessun galantuomo ha mai costato tanto allo Stato".
Comparso davanti alla Corte D'Assise si prese l'ergastolo. Inutile la sua autodifesa: "Se mi assolvere, il popolo sarà contento della mia libertà. Se mi condannate, farete una seconda ingiustizia come prendere un altro Cristo e metterlo nel tempio...". Morirà nel manicomio di Reggio Calabria il 22 gennaio del 1956.  Ventitrè anni prima il Travia, emigrato in America, aveva confessato che a sparare a Vincenzo Zoccali dopo la rissa nell'osteria a Santo Stefano dell'Aspromonte era stato lui. Troppo tardi. (Veronica Incagliati)