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21 settembre

    21 SETTEMBRE LA BESTIA DEL GEVAUDAN Il 21 settembre Antoine de Beauterne, Gran portatore di Archibugio del Re e massimo rappresentante della Louvetiere (associazione francese nata nel XV secolo per eliminare le bestie feroci), si presentò a Luigi XV annunciando di avere ucciso la bete du Gévaudan che da oltre un anno aveva terrorizzato la regione meridionale della Francia assalendo e mutilando in modo orrendo decine tra donne, uomini, ragazzi. Ad abbatterlo - disse Antoine de Beauterbe - era stato lui stesso durante una ennesima battuta. Aveva caricato la sua enorme spingarda con cinque enormi pallettoni e, dopo aver incrociato il mostro, lo aveva accoppato all'istante. Si trattava di un grosso lupo. Naturalmente campane a festa in tutti i villaggi  dove era stata mostrata la preda, proprio un grosso lupo nero come era stato asserito; per parte sua Antoine de Beauterbe si godeva il suo meritato trionfo consistente in 9.400 franchi, pari a 33 anni di lavoro di un salariato agricolo dell'epoca e ad oltre 700 mila euro attuali. Senonché la serenità della gente fu di breve durata perché la bete rifece la sua comparsa, aggredendo e uccidendo altra gente, per lo più contadini e pastori. Altre battute di caccia fino all'abbattimento di una seconda belva. Anche questa volta si trattava di un grosso lupo della stazza di cento libbre. Ricompensa, ma minima, per tal Jean Chastel che -perlustrando un vasto bosco - si era scontrato con l'animale. Senza perdersi d'animo aveva imbracciato il suo fucile e fatto fuoco. Tutto finito? Manco per niente in quanto le aggressioni continuarono e con esse le uccisioni di pastorelli. Poi verso la fine del 1766 improvvisamente il silenzio. L'incubo era finito. Nell'arco di tre anni, la bete aveva sbranato 172 persone, tre quarti dei quali bambini ed adolescenti ed un quarto donne.
Tutto era cominciato nel marzo 1764 allorquando nei pressi del villaggio di Langogne una pastorella era stata aggredita da una belva che aveva cercato di azzannarla alla gola. A salvarla erano stati i cani che custodivano il gregge. La ragazzina raccontò la sua terribile avventura e di "un'enorme belva dal pelo molto folto e rossiccio e dalle zampe dotate di lunghi artigli". Non fu creduta, e questo fu un male in quanto qualche mese dopo a farne le spese fu una contadinella di 14 anni che fu assalita nei pressi di Sain-Etienne-de-Lugdares e sbranata. Quindi fu la volta di un'altra ragazzina e di due pastorelli, attaccati ed uccisi non lontano da Puy Laurent en Lozere. Ma non era finita giacché una ennesima fanciulla cadeva vittima del mostro. Prima di morire fece in tempo a sussurrare che a ridurla così era stata "una bestia orribile, metà lupo e metà tigre con grandi artigli ed una cosa lunga". Quanto bastava perché fosse dato l'allarme ovunque considerato le aggressioni mortali crescevano a vista d'occhio. La cosa più naturale fu quella di pensare al lupo, solo che la bestia - se tale fosse stata - avrebbe attaccato anche gli animali, come ad esempio le pecore. Poi contrariamente alle abitudini del lupo, il mostro non divorava le vittime ma dopo averle dissanguate azzannandole alla gola, le rovistava tra le visceri, non disdegnando di fare scempio della testa e del viso.
La notizia di questi orrendi episodi non poteva non arrivare a Parigi alle orecchie del re Luigi XVI che volle vederci chiaro. Il sovrano così ordinò al suo capo dei "lupattieri", il nobile normanno d'Enneval, di scovare la belva ed ucciderla. Questi si era detto subito convinto di far suo il premio che Luigi XVI aveva messo in palio ed era partito per la regione du Gévaudan con tutte le buone intenzioni; oltre ad una muta di cani feroci, a numerosi assistenti e battitori. Gli andò male invece perché a cadere vittime della belva furono altri ragazzi e altre donne. Gli scampati giurarono di avere visto il mostro drizzarsi sui possenti arti posteriori, prima di sferrare l'attacco, ed emettere una sorta di spaventoso ruggito. Il fallimento di d'Enneval spinse il Re a sostituirlo con Antoine de Beauterne anche perché il panico ormai si era impadronito di tutta la Francia che tra l'altro era diventata lo scherno dei giornali inglesi. Con una buona dose di malignità un quotidiano di Londra se ne venne infatti fuori titolando: "Un esercito di 120 mila soldati francesi da mesi viene tenuto in scacco da un grosso lupo". Per il sovrano era troppo.
Come detto, nemmeno Antoine de Beauterne riuscì nell'impresa di svelare effettivamente il mistero della belva, tolto il lupo che aveva ucciso. Né lui, ne altri. Forse si trattava di un canide di enorme peso affetto da agromegalia, malattia che poteva avergli reso la testa e gli arti sproporzionatamente grandi; forse di trattava - come scrissero alcuni studiosi dell'epoca - di una tigre del Caucaso che era stata trasportata illegalmente dall'Asia in Francia; forse la bete du Gévaudan altri non era che un serial killer travestito; forse un mostruoso essere selvaggio. O forse - ma questa è una mera interpretazione fantasiosa - era la risultanza di un esperimento criptozoologico o di fantascienza genetica. Chissà, in un castello si nascondeva magari un anticipatore di Ivan Pavlon di staliniana memoria, un Frankenstein francese che aveva creato nelle sue segrete un uomo-animale spingendo le ricerche oltre il confine estremo. Non lo sapremo mai. Quel poco ce lo racconta l'abate Pourcher nella "Storia della Bestia del Gévaudan, autentico flagello di Dio". (Veronica Incagliati)