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14 settembre

    14 SETTEMBRE PIETRO GERMI Avrebbe dovuto vivere di più. Sessant'anni sono pochi per tutti, in particolare per un genio della cinematografia come lo era lui, Pietro Germi. Ma aveva la cirrosi epatica e noi, ora, non ricordiamo  se perché beveva troppo o per altre ragioni. Fatto si è che nel 1974, in pieni "anni di piombo", se ne andava per sempre e, poiché era nato a Genova il 14 settembre 1914, i conti tornano. Era un regista nato. Se si toglie il film "Le castagne sono buone", il meno riuscito della sua carriera, si può affermare a pieno titolo che tutte le sue opere siano state coronate da successo. Nemmeno il grande Federico Fellini riuscì in questo. Successo di pubblico, intendiamoci, giacché la critica se non gli fu proprio ostile, di certo lo apprezzò poco. E quando si parla di critica, facciamo riferimento a quella di sinistra che ha sempre comandato e che tuttora fa il buono ed il cattivo tempo.
Quanto avesse valore il giovane Germi lo dimostrò nel 1949 allorché diresse uno dei film più realistici sulla mafia, "In nome della legge". Era la storia di un giovane pretore (Guido Schiavi interpretato da uno splendido Massimo Girotti) che, giunto in un paese dell'interno della Sicilia, si scontrava con l'ostilità delle cosche locali, l'omertà e la diffidenza della gente. Vittima di un agguato, si salvava, decidendo di andarsene via. Solo l'assassinio di un ragazzo che gli era amico lo avrebbe indotto a restare per fare giustizia.
Sia bene inteso, Germi non aveva intenzione di fare un cinema di denuncia o di inaugurare un filone neorealista legalitario, come farà più tardi Francesco Rosi con "Salvatore Giuliano" e con "Le mani sulla città"; è pur vero che egli fu il primo regista a trattare un fenomeno che fino ad allora era sconosciuto o quasi. Non se ne occuperà più comunque, preferendo affrontare argomenti dove i temi dominanti saranno la miseria umana e la disperazione nonché il tentativo di uscirne fuori in qualunque modo. Forse ne "Il brigante di Tacca del Lupo" c'è un ritorno al profondo sud e ai suoi insoluti problemi, quali il brigantaggio, che l'Italia si trascinava dietro dalla sua unificazione. Senonché il realismo di certe scene non aveva più come oggetto la mafia quanto l'ambiguità della nostra storia che vide - Roma non ancora conquistata dai bersaglieri - l'esercito sabaudo scontrarsi con il brigantaggio meridionale. Nel film Amedeo Nazzari farà la parte del leone come l'aveva fatta Raf Vallone ne "Il cammino della speranza", odissea di un gruppo di siciliani che, dopo la chiusura della zolfatara, partivano verso il nord fino a che, dopo varie peripezie, passavano clandestinamente il confine con la Francia.
Già con il film "La città si difende", Germi aveva cominciato ad alienarsi la sinistra. Il proletariato che dipingeva nelle sue storie non era quello vero, asseriva. Si mise in dubbio la sua figura di antifascista, come se per essere bravi registi occorra essere necessariamente da una parte sola della barricata. Fatto si è che - quando nelle sale cinematografiche uscì "Il ferroviere" che ottenne peraltro un vero e proprio successo di pubblico e che viene considerato uno dei capolavori del regista genovese - l'intellighentzia del partito lo stroncò duramente. Lo stesso Germi fu messo al bando in quanto - si scrisse - aveva dato al protagonista della pellicola una configurazione politica che apparteneva ad un populismo storicamente sorpassato.
Il vero operaio non poteva essere un crumiro come il ferroviere di Germi: questo il ragionamento delle teste d'uovo delle Botteghe Oscure che saranno però smentite dagli applausi scroscianti che la pellicola ebbe di lì a poco a Mosca e Leningrado durante "la settimana del film italiano". Ma poiché il detto errare umanum est, perseverare diabolicum vale in ogni momento ed in ogni occasione, ecco ancora una volta la critica di sinistra scagliarsi contro un "Uomo di paglia" giacché secondo le veline diramate dal partito mai e poi mai gli operai avrebbero vissuto drammi borghesi come quelli evidenziati nel film. Il quale, proprio per tenersi larghi, non meritava che "un cauto e moderato elogio". Si dovrà attendere il 1990 perché venga resa pubblica una lettera scritta nel 1956 da Antonello Trombadori a Palmiro Togliatti con la quale il direttore de "Il Contemporaneo" assieme al suo vice Carlo Salinari e allo storico Paolo Spriano chiedeva all'allora segretario politico del Pci di non tenere lontano un uomo come Germi e "mille come lui". Ma il regista, al quale probabilmente non gliene importava più tanto e che con "Un maledetto imbroglio" aveva raggiunto l'apice della sua perfezione artistica, aveva già deciso di lasciar perdere con il mondo operaio e tutto ciò che era ad esso legato. Meglio darsi alla commedia, alla satira, al grottesco. Saranno di quegli anni "Divorzio all'italiana", "Sedotta e abbandonata", "Signore e signori" (film con il quale vinse la Palma d'Oro al Festival di Cannes ex aequo con "Un uomo, una donna", di Claude Lelouch), "L'immorale", "Serafino", "Le castagne sono buone", "Alfredo, Alfredo".
Nel 1972 iniziò a lavorare a quello che avrebbe potuto essere il suo ultimo trionfo, "Amici miei". Ma dovrà cedere le idee all' amico Mario Monicelli che del film ne curerà poi la regia. La cirrosi non gli dava pace. L'avrà con la morte. (Veronica Incagliati)