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13 settembre

      13 SETTEMBRE IL SOMMO POETA Rompiscatole lo era di certo e d'altra parte un roscio che altro poteva essere? Perché - come ci testimonia Giovanni Boccaccio - Dante Alighieri aveva i capelli rosso fuoco. Quando lo vedevano di lontano i vari signorotti che dominavano nelle terre nelle Marche e della Romagna allargavano le braccia quasi a dire: "E adesso, questo, chi lo manda via più?". E già, perché il Sommo Poeta con la scusa di non avere più una patria, non essendo potuto più rientrare nella sua adorata Firenze in quanto condannato a morte in contumacia, bussava di castello in castello, di palazzo in palazzo chiedendo riparo. Non c'è luogo infatti, nelle regioni sopra citate, dove non compaia una lapide per attestare che di lì era passato Dante e che in quel posto aveva dimorato quale ospite.
Ospite. Si fa per dire, dal momento che quando il girovago arrivava con i suoi bauli pieni di libri e cose varie, non se andava via prima di sei mesi o addirittura un anno. Altro che ospite, era vivere a scrocco, ma poi lui ricambiava promettendo qualche verso nelle sue immortali opere. E si sa, quando si tocca la vanagloria - specie nei potenti - questi alla fine concedono letto, pasti e magari qualche soldarello. Comunque anche per Dante arrivò il giorno di lasciare questa terra, sembra per una forma di malaria. Era il 13 settembre 1321. Doveva avere all'incirca 56 anni se si deve credere ai cronisti che datano la sua nascita al 1265. Era figlio di Alighiero di Bellincione, guelfo, e di Donna Bella degli Abati appartenente ad una importante famiglia aristocratica. Non potette però godere molto dell'affetto della madre perché questa morì che aveva appena sei anni e, dato che il detto mors tua vita mea era di moda anche a quei tempi, il padre convolò subito a nuove nozze con tale Lapa di Chiarissimo Cialuffi che ben presto dette al giovanissimo Dante due fratellastri, Francesco e Gaetana. Alighiero di Bellincione ad ogni modo non trascurava neppure gli interessi del figlio per cui, allorché Dante raggiunge i dodici anni, decise che era giunto il momento di pensare al suo futuro matrimonio. Come sposa si scelse Gemma, figlia di Messer Manetto Donati, con la quale Dante convolerà a nozze nel 1285 all'età di venti anni. La famiglia era una delle più importanti di Firenze, solo che apparteneva ai Guelfi Neri mentre Dante simpatizzava per la corrente Bianca. Guelfi, Ghibellini, Neri, Bianchi. Partiti e partitini allora, partiti e partitini oggi. Non è cambiato nulla.
Ma torniamo a Gemma. L'amava Dante? O si era fatto invece una idea fissa con quella Beatrice che aveva visto una sola volta, senza nemmeno parlarle, quando era poco più di un ragazzetto? Il pensiero di Beatrice lo accompagnerà per tutta la vita, solo che era sempre sua moglie a sfornargli i figli. Tre per la precisione: Jacopo, Pietro ed Antonia. Altri figli, il Sommo li ebbe poi qua e là perché dove andava lasciava il segno. Si parla ad esempio di un figlio Giovanni e di un altro di nome uguale, ma in  latino, Johannes. Insomma Dante, con quella sua aria cheta era un bel farfallone. Altro che il "Paradiso"! A proposito del quale, finì di comporlo il giorno stesso della sua morte. Forse aveva compreso che era giunta la sua ora. Era reduce da una ambasceria a Venezia dove si era recato per sanare gli attriti tra la Serenissima e Ravenna. Come diplomatico infatti Dante aveva compiuto diverse missioni una delle quale su incarico di Carlo di Valois che nel 1301 lo aveva pregato di andare a Roma per fargli da paciere con Papa Bonifacio VIII. Un tranello. Appena sicuro che l'Alighieri era arrivato alla Corte del Pontefice, il Valois mise a ferro e fuoco Firenze dando inizio ad una sistematica persecuzione di tutti i Guelfi Bianchi che si risolse nell'uccisione o nell'esilio. Dante rientrò nella seconda categoria. Non avrebbe più rivisto la sua città. Non gli restava che peregrinare da un luogo all'altro buttandosi nella scrittura della "Divina Commedia" e di altre composizioni. Non le citiamo. Per troppi anni, dalle medie al liceo, siamo stati torturati dai professori per avere voglia solo di ricordarle Ci sia permesso però di citare almeno - quale devozione che Dante ebbe per Virgilio - almeno una strofetta:
 
"Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore
". 
(Veronica Incagliati)