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12 settembre

      12 SETTEMBRE LA BATTAGLIA DI VIENNA Una prima batosta i turchi l'ebbero nel 1529 quando le truppe di Solimano il Magnifico, stremate da un prolungato assedio che non aveva dato i frutti desiderati dovettero lasciare Vienna e riprendere la strada di Costantinopoli. Per la cristianità fu una importante vittoria, ben più importante di quella del 1683, anche se il Sultano potette ugualmente mantenere intatto il controllo sulla Ungheria meridionale, Bulgaria e via dicendo. Poi ci fu lo scontro navale di Lepanto (7 ottobre 1571) ed anche questa volta le forze cristiane comandate da don Giovanni d'Austria ebbero la meglio su quelle turche di Mehmet Ali Pascia. Non seppero approfittarne, questo è vero, tant'è che i bey di Algeri e Tlemnen - che si si erano succeduti a Khayr al-Din Barbarossa - continuarono a fare il buono ed cattivo tempo con atti di vera e propria pirateria nel Mediterraneo. Ed infine ci fu ci fu la seconda battaglia di Vienna del 12 settembre 1683 finita - come tutti sanno - con la vittoria dell'esercito polacco-austro tedesco su quello ottomano del Gran Visir Merzifonlu Kara Mustafa Pasha e con la definitiva rinuncia della Sublime Porta ai sogni a lungo coltivati di conquistare l'Europa. Una vittoria peraltro firmata a tutti gli effetti dal re polacco Jan III Sobieski, al quale gli alleati avevano affidato il comando di 80 mila uomini, ma che poi non seppero ricompensare come si sarebbe dovuto perché - una volta scampato il pericolo - la Prussia ne avrebbe approfittato per allargare i suoi domini anche nei territori polacchi. In quanto a Mustafa Pasha il suo destino era segnato. L'ordine del Sultano Mehmet IV era stato perentorio e per il povero Mustafa non ci fu scampo. Fu infatti strangolato a Belgrado dove si era ritirato con il resto delle forze rimaste.
E già, perché di errori il Gran Visir ne aveva compiuti parecchi a cominciare, in primis, dal non avere tenuto in debita considerazione il fatto che le mura di Vienna era ben fortificate, quasi imprendibili. Ci aveva provato in tanti modi pur di aprire una breccia ed entrare dentro la città con i suoi 140 mila soldati. Ma era stato tutto vano. Né un prolungato cannoneggiamento né cariche esplosive collocate sotto i bastioni (erano state costruite numerose gallerie per arrivarvi più vicino) avevano scalfito quel tanto per permettere un assalto senza subire disastrose perdite. Il troppo temporeggiare di Mustafa Pasha, incerto sul da farsi, e francamente piuttosto scarso dal punto di vista militare, dette così la possibilità all'imperatore d'Austria Leopoldo I di firmare un accordo di mutua assistenza con svevi, bavaresi e polacchi affidando il comando dell'esercito a Jan III Sobieski che già si era distinto per il suo grande valore nella guerra contro gli svedesi e nelle battaglie contro cosacchi e tartari. Una scelta ad hoc perché fu propria la sua potente cavalleria a dare il colpo di grazia ai giannizzeri turchi, élite dell'esercito ottomano. Nel tardo pomeriggio, dopo avere seguito da una collina l'andamento dello scontro, quattro divisioni (1 tedesca e 3 polacche) erano infatti sceso all'attacco a passo di carica; Sobieski alla testa dei suoi tremila ussari.
"Gli infedeli - così riporta il cronista turco Mehmed der Silihdar - spuntarono sui pendii con le loro divisioni come nuvole di un temporale, ricoperti di un mantello blu. Arrivarono con un'ala di fronte ai valacchi e moldavi addossati ad una riva del Danubio e con l'altra ala fino all'estremità delle divisioni tartare; coprivano il monte ed il piano formando un fronte di combattimento simile ad una falce. Era come se si riversasse un torrente di nera pece che soffoca e brucia tutto ciò che gli si para innanzi".
La battaglia di Vienna - che vide tra l'altro l'esordio in combattimento del condottiero Eugenio di Savoia - era finita. Ma era finita anche la potenza dell'Impero ottomano. Cominciava il suo declino, una malattia lenta ma inesorabile che due secoli dopo avrebbe portato ai primi moti nazionalistici dei Giovani turchi contro il Sultano.
Negli scontri del 12 settembre 1683 i turchi persero 15 mila uomini. Ma furono altrettanti se non forse di più quelli che - invece di seguire Mustafa Pasha a Belgrado - preferirono riparare in Germania, in Tirolo e nel Trentino dove fondarono non poche comunità. Una di questa, ad esempio, si trova a Moena nella Val di Fassa. Ogni anno è tradizione fare una festa nel corso della quale i discendenti dell'esercito ottomano sfilano nel paese con il loro costume tradizionale. Una curiosità questa, alla quale se ne potrebbero aggiungere altre. Più di una volta ci si è chiesti se le grandi stufe di ceramica smaltata e le tradizionali case di legno, così come le tendine a mezz'asta nelle finestre, che si vedono ugualmente in Austria e nel nord-est della Turchia, siano originarie dell'Europa o dell'Anatolia. In altre parole se siano stati gli austriaci ad influenzare i turchi, od i turchi ad influenzare gli austriaci durante il loro lungo dominio. Quello di cui si è sicuri, almeno questa è la tendenza, è che il famoso croissant era un dolcetto a forma di mezzaluna preparato dai pasticcieri turchi al seguito dell'armata che assediava Vienna. Il Gran Visir d'altra parte si serviva bene. Croissant e caffé nero. Quest'ultimo, nei salotti bene di Vienna e di altre capitali europee, era poco o per nulla conosciuto. A introdurlo - con l'apertura nel 1864 della prima "Bottega del Caffé" a Vienna - fu Franz Georg Kolschtzky, un polacco che aveva trafficato con i turchi in sacchi della preziosa quanto profumata sostanza ma che in realtà era stata una spia al servizio del re Sobieski. La bottega non c'è più, in compenso esiste una strada a suo nome: la Kolschitzky-gasse. (Veronica incagliati)