Accadeva Oggi

29 agosto

    29 AGOSTO LIBERO GRASSI Aveva fatto una "tamurriata", ossia aveva fatto troppo chiasso. Avrebbe dovuto invece starsene zitto e pagare come si erano comportati fino a quel momento tutti gli imprenditori di Palermo e della Sicilia. Glielo aveva detto a brutto muso il direttore dell'Associazione Industriali: "Ma perché fai così? Che cosa te ne viene?". Ma lui niente. Anzi era andato oltre. Lettere aperte, interviste in Tv, dichiarazioni alla stampa straniera. "Non pagherò, non pagherò mai", diceva. Era troppo. La mafia non poteva permettere una simile ribellione alle sue leggi. Quell'uomo era un cattivo esempio. Quell'uomo era Libero Grassi assassinato alle 7:30 del 29 agosto 1991. Il giorno dopo il <Corriere della Sera> pubblicava una sua lettera in cui ricostruiva i tentativi di estorsione ai suoi danni da quando Cosa Nostra - attraverso alcuni emissari del "pizzo" - gli chiese i soldi per "i poveri amici carcerati", alle minacce di incendiargli la fabbrica e di nuocere ai suoi famigliari, alle visite ad personam di loschi figuri, all'isolamento in cui si era venuto a trovare, ad una sentenza che gli aveva mandato i fumi in testa ma che al tempo stesso lo aveva parecchio demoralizzato. "Sconvolgente", l'aveva definita e non poteva essere definita altrimenti quella emessa il 4 aprile 1991 da un giudice istruttore di Catania secondo il quale non era reato pagare la "protezione" ai boss mafiosi. "In questo modo - scriveva Libero Grassi - è stato legittimato con il verdetto dello Stato il pagamento delle tangenti. Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso delle scarcerazioni dei boss. Ormai nessuno è più colpevole di niente. Anzi questa sentenza suggerisce agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento; e cioè, pagate i mafiosi. E quelli che come me hanno invece cercato di ribellarsi?". Quelli vanno uccisi. Ed infatti Libero Grassi fu ucciso. Che cosa aveva scritto nella lettera aperta inviata al <Giornale di Sicilia> il 10 gennaio di quello stesso anno? "Volevo avvertire il nostro ignoto estortore che non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo costretti a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al 'geometra Anzalone' e diremo no a tutti quelli come lui".
Non sappiamo se Grassi si fosse reso conto di avere firmato con una tale iniziativa la propria condanna a morte, sappiamo solo che se lo era, era di essere stato abbandonato da tutti. Salvo poi avere una piazza di Palermo intitolata a suo nome e la solita medaglia d'oro al valor civile."Imprenditore siciliano, consapevole del grave rischio cui si esponeva, sfidava la mafia,.... etc, etc". In altri termini, le solite parole che non costano nulla quali integrità morale, elette virtù, estremo sacrificio.
Libero Grassi era nato a Catania nel 1924. Il capofamiglia era il direttore dei negozi <Croff> quindi si può dire che fin da piccolo Libero avesse assorbito l'atmosfera imprenditoriale. Inizialmente però avrebbe voluto fare il diplomatico tant'è  che si era iscritto alla facoltà di Scienze Politiche. Quindi il passaggio a Giurisprudenza, la laurea, il trasferimento a Milano, il matrimonio con Pina Maisano e la prima fabbrica. Si chiamava <Mima> e produceva biancheria da donna arrivando ad occupare 250 operai. Collaboratore di giornali, repubblicano, capo dell'azienda municipale del gas, Grassi sapeva certo il fatto suo altrimenti la sua azienda (trasformata in <Sigma<) non avrebbe avuto nel 1991 un giro di affari per sette miliardi l'anno. Tanti per non risvegliare l'attenzione e gli appetiti della mafia. Questa si era già fatta viva con una telefonata nel 1980, poi il rapimento del cane Dick fatto ritrovare moribondo davanti allo stabilimento. Il resto è storia. (Veronica Incagliati)