Accadeva Oggi

25 agosto

    25 AGOSTO LA FINE DI POMPEI ED ERCOLANO   "Il nono giorno prima delle calende di settembre, verso l'ora settima, mia madre gli mostra una nube inconsueta sia per forma che per grandezza".
Nonum Kal. september hora fare septima mater mea indicat ei apparere nubem inusitata et magnitudine et specie (Gaio Plinio Secondo, Epistolario).
Quella nube, apparsa in un pomeriggio del 79 d. C e non tenuta in debita considerazione perché non se potevano immaginare le drammatiche conseguenze, il giorno dopo - ovvero il 25 agosto - si sarebbe trasformata in una delle più disastrose eruzioni vulcaniche di tutti i tempi cancellando per sempre la vita di Pompei ed Ercolano. Come ci racconta Plinio il Giovane, testimone diretto di quella catastrofe, Uesouuios (Vesuvio), figlio di Giove, non aveva avuto pietà.
Se solo potessimo vedere in una palla di vetro a quale fine sarebbero destinati gli attuali diciotto comuni che per circa 200 km si estendono nell'area vesuviana e che i vulcanologi hanno ribattezzato la "zona rossa", probabilmente le amministrazioni impedirebbero sia la costruzione di ulteriori abitazioni tutt'intorno sia l'insediamento di una popolazione crescente arrivata a quasi 700 mila persone. Nonostante che il risveglio di un vulcano sia segnalato in anticipo da boati e scosse telluriche, come si fa a pensare infatti di poter fare evacuare in brevissimo tempo oltre 200 mila nuclei familiari, peraltro legatissimi ad una terra fertilissima e che da loro da vivere. I tecnici della Protezione Civile - sicuri del fatto loro per il monitoraggio continuo del Vesuvio - sotto questo aspetto non sembrano però eccessivamente preoccupati, sapendo di poter contare sulla velocità dei mezzi di soccorso che certo non potevano avere le genti di allora; consapevoli comunque che il Vesuvio prima o poi farà sentire la sua voce ed allora saranno guai seri perché l'esplosione - dopo il lungo sonno - sarà identica  a quella del 1631, se non addirittura a quella del 79 d. C.
E rimaniamo a questa data. Erano otto secoli che il vulcano, alto 1.281 metri, non dava segni di vita. A Pompei, ad Ercolano e a Stabia la popolazione - imperante Tito Flavio, figlio di Vespasiano - conduceva la propria esistenza come sempre, lontana dai fragori di Roma, dalle guerre e dagli intrighi di corte, lontana dalla lussuriosa Napoli. Nessuno poteva immaginare quello che sarebbe successo. E' vero che nel 62 d. C. la montagna era stata scossa da un forte terremoto che aveva abbattuto un gran numero di edifici, immediatamente ricostruiti, ma era altrettanto vero che poi Uesouuios se ne era stato tranquillo per cui non c'era stato più alcun motivo di preoccuparsi. Ed invece...
L'eruzione ebbe inizio alle 13:00 del 24 agosto a seguito di una serie di esplosioni derivanti dall'immediata volatilizzazione dell'acqua della falda superficiale venuta a contatto con il magma in risalita. Successivamente una colonna di gas, ceneri, pomici e frammenti litici si levò per 15 km al di sopra del vulcano. Questa fase si protrasse fino alle 8:00 del giorno 25 e fu accompagnata da frequenti terremoti. Senonché il finimondo non era ancora scoppiato e, approfittando di una apparente calma nell'attività eruttiva, la popolazione preferì rimanere nelle cittadine che presto tutto sarebbe finito. Ed infatti finì, con la morte di tutti. Tra questi anche Plinio il Vecchio, grande naturalista e zio di quel Giovane a cui abbiamo fatto riferimento sopra. Plinio il Vecchio in quei giorni si trovava a Capo Miseno, al comando della flotta romana, assieme alla famiglia. Ovvio che fu molto interessato all'osservazione di quel fenomeno insolito che il nipote poi descriverà allo storico Tacito in questi termini: "Non posso darvi una descrizione più precisa della sua forma se non paragonarla a quella di un albero di pino; infatti si elevava a gran de altezza come un enorme tronco, dalla cui cima si disperdevano formazioni simili a rami. Sembrava in alcuni punti più chiara ed in altri più scura, a seconda di quanto fosse impregnata di terra e cenere". Il Vecchio avrebbe potuto rimanere dove era ma volle andare in soccorso della moglie di Cesio Basso che gli aveva chiesto aiuto. Diresse la sua nave verso Ercolano. E questo gli fu fatale. Fermatosi nella notte a Stabia nella casa di un vecchio amico, Pomponiano, si fermò a riposare. L'indomani, uscito all'aperto, si sentì soffocare. Adagiato su un vela, spirò poco dopo. Ma non fu solo nella morte perché nella tarda mattinata del 25 agosto i depositi piroclastici del vulcano seppellirono le città circostanti che scomparvero anche sotto sei metri di cenere. Tutt'intorno distrutto e bruciato: vigne, foreste, campagne. Riporta Marziale: "Ecco il Vesuvio, poc'anzi verdeggiante di vigneti ombrosi, qui un'uva pregiata faceva traboccare le tinozze; Bacco armò questi balzi più dei colli di Nisa, su questo monte i Satiri in passato sciolsero le loro danze; questa, di Sparta più gradita, era di Venere la sede, questo era il luogo rinomato per il nome di Ercole. Ora tutto giace sommerso in fiamme ed in trsto lapillo: ora non vorrebbero gli dei che fosse stato loro consentito d'esercitare qui tanto potere". (Veronica Incagliati)