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22 agosto

      22 AGOSTO IL FURTO DI MONNA LISA I l 21 agosto del 1911, un lunedì, è una mattinata calda. Ma come sempre il copista Louis Bèrould deve svolgere il suo lavoro. Esce dalla  sua abitazione di Parigi per recarsi al Louvre dove, su autorizzazione, lavora alla riproduzione della la Monna Lisa di Leonardo. Ha con sè il cavalletto, i pennelli ed il camice, insomma gli arnesi del mestiere. Arrivato al Museo, saluta i custodi e poi percorre i lunghi corridoi per arrivare nella Salle Carrèe. Sorpresa. Sul muro, dove di fronte ha collocato il cavalletto, il quadro non c'è più. E' rimasta solo la cornice. "C'est parti!". Al primo attimo di sbigottimento, segue un grido che rimbomberà per tutto il Louvre: "Hanno rubato la Gioconda". E dire che proprio il giorno prima il Sottosegretario alle Belle Arti - in procinto di partire per le vacanze - aveva raccomandato ai suoi di non disturbarlo se non per un incendio o...per il furto della Gioconda.
Bisognerebbe rileggersi i giornali del tempo per comprendere la sensazione che fece, particolarmente in Francia, la sparizione della più importante opera del genio leonardesco. Titoli a caratteri cubitali, indagini, accuse, arresti ma di Monna Lisa nemmeno l'ombra. A farne le spese lo scrittore Guillaume Apollinaire, colpevole di avere manifestato il suo disprezzo per i capolavori dei musei (secondo lui avrebbero dovuto essere tutti distrutti per fare posto all'arte nuova) ma soprattutto perché amico di Pablo Picasso che poco tempo prima di era reso responsabile di un trafugamento - proprio dal Louvre - di due testine barbariche per dipingere Les Demoiselles d'Avignon. Ma, tanto il primo che il secondo avevano un alibi di ferro. Si pensò allora che il furto fosse stato portato a termine da agenti segreti al servizio dell'Imperatore di Germania Guglielmo II. Accusa senza capo né coda, ma la stampa ci inzuppò il pane dato che in quel periodo i rapporti tra Parigi e Berlino erano già molto tesi per via di contese nell'espansione coloniale in Africa. Si arrivò persino a credere che il quadro fosse stato portato negli Stati Uniti, rubato su commissione di qualche milionario americano che, pur non capendo niente di arte, voleva arricchire la sua collezione privata con quel "sorriso di tutti gli enigmi" che in cinque secoli aveva sedotto scrittori e poeti.
Due anni di ricerche non avevano approdato a nulla. Poi un giorno la polizia italiana fece irruzione in una stanza  dell'albergo "Tripoli e Italia" a Firenze e, in una valigia a doppio fondo, trovò accuratamente incartato il quadro della Gioconda. A metterla sulla buona strada era stato un antiquario-gallerista, Alfredo Geri, che aveva ricevuto una lettera da tal Vincent Leonard disposto a vendergli Monna Lisa purché l'opera rimanesse in Italia. Tanto per non saper né leggere né scrivere, Geri segnalò invece la cosa agli investigatori che poterono così mettere le mani, non solo su un oggetto così prezioso, ma sull'autore del furto. Si chiamava Vincenzo Peruggia.
Era questi un decoratore nativo di Dumenza, una piccola località sul Lago Maggiore, che aveva lavorato per un certo periodo al Louvre e che anzi aveva aiutato a montare la teca ove era stato collocato il dipinto. Peruggia si era messo in testa che la Gioconda fosse stata portata via da Napoleone Bonaparte durante il sacco delle opere d'arte da parte del generale francese dopo la pace di Campoformio. Ma non era così. La Gioconda - probabilmente il ritratto di Lisa Gherardini moglie di Francesco Bartolomeo del Giocondo ed amante di uno dei Medici - era stata venduta per ben 4.000 ducati dal Leonardo stesso a  Francesco I quando il grande pittore era stato ospitato nel 1516 dal re di Francia nel castello di Amboise nella Loira. Senonché  il Peruggia si era fatta la sua idea e questo era per lui più che sufficiente per mettere a segno il colpo dopo un accurato piano.
La sera prima del furto si fece vedere gozzovigliare in un bar con amici italiani pensando bene anche di farsi multare dalla gendarmeria per schiamazzi notturni. Quindi senza far rumore rientrò a casa per riuscirne poco dopo, non prima di essersi assicurato che il cugino - con il quale condivideva la stanza -  dormisse sonni profondi. Meta: il Louvre. Conoscendo alla perfezione la pianta del museo e gli accessi secondari, Peruggia si avviò decisamente nella Salle Carrèe, staccò la ,tela della Gioconda dalla cornice e ripercorse la strada all'inverso. Quando rientrò a casa, la portinaia non aveva preso servizio ed il cugino ancora dormiva. Fissò bene la tela nella parte interna di un tavolo da cucina e si mise a letto. Alle nove in punto Peruggia uscì nuovamente dal suo appartamento, ridiscese le scale, salutò la portinaia e si diresse al Louvre che trovò nel caos totale. Cosa è successo, cosa non è successo, Peruggia fece la sua parte alla perfezione e, anche quando la gendarmeria fece una perquisizione nella sua stanza per atto dovuto essendo stato un dipendente del Louvre, non fu trovato nulla. La Gioconda era lì, sotto gli occhi di tutti, ma ugualmente nascosta a tutti.
Il processo a Peruggia di fronte al Tribunale di Firenze (appena due le udienze: 4 e 5 giugno 1913), si concluse con la condanna del "ladro del secolo" ad un anno e 15 giorni di carcere. Gli furono concesse le attenuanti, i giudici disposti a credere che il furto fosse stato compiuto per patriottismo. Uscito di prigione, Peruggia trovò fuori della porta carraia un gruppo di studenti che gli offrirono la somma di 4.500 lire a nome di tutti gi italiani. Morirà nel 1925 in un sobborgo di Parigi. Durante la 1° Guerra Mondial si era fatto valere nella ritirata di Caporetto ed era anche finito in un campo di concentramento austriaco. 
In quanto alla Gioconda, perduta e ritrovata, fu esposta dapprima agli Uffizi di Firenze, quindi all'ambasciata di Francia a Roma e alla Galleria Borghese, infine fu trasportata con un treno speciale delle Ferrovie italiane a Parigi dove l'attendevano in gran tenuta il presidente della Repubblica e tutto il Governo francese. (Veronica Incagliati)