Accadeva Oggi

21 agosto

    21 AGOSTO EMILIO SALGARI Ore ed ore a tavolino per scrivere, almeno tre pagine al giorno ed anche in bella copia; ore ed ore per andare avanti nel racconti fatti di avventure, di imboscate, di assalti all'arma bianca, di duelli, di gesta ardimentose; ore ed ore per inventarsi qualche cosa di nuovo sia che i protagonisti - da Sandokan al Corsaro nero ed ai predoni - si muovessero nella jungla, in mare o nel deserto; ore ed ore a spremersi le meningi  per accontentare gli editori sempre più esigenti; ore ed ore a fumare una sigaretta dietro l'altra e a bere marsala per superare la stanchezza e per illudersi che tutti quei sacrifici un giorno, forse l'indomani, avrebbero avuto termine. Infine il cervello che se ne va per conto suo. Era l'orologio che si rompeva. Un rasoio e la morte per suicidio in un bosco. Così aveva termine ad appena 49 anni l'esistenza di Emilio Salgari, uno dei più proficui romanzieri vissuto a cavallo tra la seconda metà dell'Ottocento ed i primi anni del Novecento al quale il Padreterno aveva dato in dono una fantasia così ricca che in confronto quella di Jules Verne era niente.
Salgari, di piccola famiglia borghese, era nato a Verona nel 1911. Il padre era un commerciante di stoffe che poi si toglierà la vita nel 1889. Un gesto che lascerà una ferita indelebile nella psiche del giovane scrittore la quale non si rimarginerà neppure dopo il matrimonio con Ida Peruzzi, una attrice dilettante che gli darà quattro figli ma che dal 1903 comincerà a dare segni di follia fino ad essere ricoverata in manicomio.
Salgari avrebbe voluto solcare i mari come capitano di marina ma il corso nautico presso l'istituto "Paolo Sarpi" di Venezia fu ben presto abbandonato per scarsa applicazione. L'unico suo viaggio, ed esperienza marinara, fu per tre mesi l'andare su e giù per l'Adriatico a bordo del piroscafo "Italia Una". Una noiosa spola, sufficiente però ad alimentare nel giovane il desiderio dell'avventura con scenari che potessero spaziare dai mari caldi dell'estremo Oriente e dei Caraibi alle nature lontane del selvaggio West. Nell'impossibilità di potersi recare di persona nei luoghi che avrebbe voluto conoscere per ambientare le sue storie, Salgari - diventato nel frattempo redattore dell'<Nuova Arena> - comprese allora che occorreva  documentarsi nelle biblioteche e negli archivi se voleva offrire ai lettori qualcosa di credibile. Se fosse vissuto all'epoca di "Lascia o raddoppia" avrebbe potuto sostenere tranquillamente i quiz di Mike Buongiorno tanto era preparato in storia e geografia di ogni parte del mondo. Il suo primo lavoro fu "La Tigre della Malesia" cui seguì "La favorita del Mahdi". Era l'inizio di una produzione vastissima che ancora oggi, in tempi di computer e di iPhod, fa sognare migliaia e migliaia di ragazzi. Ottantatrè romanzi  e 167 racconti non sono pochi.
"A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali: Vi saluto spezzando la penna". Questo il suo testamento, scritto poco prima di uscire di casa, a Torino, ed avviarsi in uno dei burroncelli del Bosco della Madonna del Pilone. In mano, quando lo trovarono il 25 aprile 1911, aveva ancora il rasoio con il quale si era squarciato la gola.
"Sono un vinto - aveva scritto in un biglietto di addio ai figli Omar, Nadir, Romero e Fatima - Non vi lascio che 150 lire più un credito di altre 600....": Ben poca cosa per una persona che aveva fatto guadagnare ai suoi editori un mucchio di denaro.
Due anni prima del suicidio aveva scritto ad un amico, il pittore Umberto Gamba: "La professione dello scrittore dovrebbe essere di soddisfazioni morali e materiali. Io invece sono inchiodato al mio tavolo per molte ore al giorno ed alcune della notte, e quando riposo sono in biblioteca per documentarmi. Devo scrivere a tutto vapore cartelle su cartelle, e subito spedire agli editori, senza avere avuto il tempo di rileggere e correggere".
Caro, vecchio Salgari che ci hai allietato in tante fredde sere di inverno, queste poche righe sono il nostro ricordo. (Veronica Incagliati)