Accadeva Oggi

17 agosto

    17 AGOSTO

IL SUPPLIZIO DI MARCO ANTONIO BRAGADIN Dico, meno male che non siamo più a quell'epoca altrimenti avrebbe ragione il Bossi che non ne vuole proprio parlare di turchi in Europa. D'altra parte - si potrebbe obiettare - i tempi erano quelli e a chi  veniva fatto prigioniero dopo una battaglia - non si riservava certo l'onore delle armi. Ma da qui a non rispettare la parola data ed a scorticare vivo una persona per il gusto di farlo ce ne passa. Perché questa è la fine che fece il povero Marcantonio Bragadin, nobile veneziano e capitano generale di Famagosta che difese la città cipriota fino all'ultimo contro gli assalti dei turchi comandati da Lala Mustafa Pascia.
La storia ci riporta indietro alla seconda metà del Cinquecento per fermarsi esattamente al 1570 anno in cui agenti segreti al soldo del Sultano Selim II fecero saltare a Venezia l'intero Arsenale impedendo così alla Serenissima di andare in soccorso dei suoi presidi nel Mediterraneo. Cipro era uno di questi.
A Costantinopoli Il Governo della Mezzaluna aveva studiato tutto a tavolino ben sapendo che la difesa dell'isola da parte dei veneziani sarebbe stata impossibile. Rotti gli accordi che il precedente Sultano, Solimano il Magnifico, aveva sempre rispettato con la città lagunare, Selim II dette ordine alla sua flotta di puntare su Cipro. Lo sbarco dei turchi avvenne il 3 luglio. Mentre una parte dell'esercito ottomano puntò su Nicosia che sarebbe poi caduta il 9 settembre, il grosso si diresse alla volta di Famagosta, l'antica Arsinoe chiamata così dagli egiziani in onore di un Dio. Si trattava di 200 mila uomini armati di ben 1.500 cannoni ed appoggiati via mare da 150 navi per bloccare ai veneziani l'afflusso di eventuali rifornimenti e rinforzi. Per parte loro i veneziani disponevano di 6.000 soltati sotto la guida di Marcantonio Bragadin coadiuvato a sua volta dal capitano di Pafo Lorenzo Tiepolo e dal generale Astorre Baglioni. Il Governatore sapeva bene che se la difesa non fosse stata più che serrata, Famagosta avrebbe fatto la fine di Nicosia dove i cittadini erano stati tutti massacrati ed il suo capitano Nicolò Dandolo massacrato. Ne aveva avuto la riprova quando la cavalleria turca si era portata sotto le mura di Famagosta per mostrare le teste mozzate di Dandolo e di altri dignitari veneziani infilzate sulle picche. Bragadin non si era fatto comunque impressionare sapendo che prima o poi Venezia sarebbe andata in soccorso. Del resto il sistema difensivo delle fortificazioni era dei più avanzati in ragione che la guerra ormai si faceva con i cannoni. Ci aveva pensato uno dei più affermati architetti bellici, Michele Sanmicheli, che aveva fatto costruire le mura di Famagosta con le più avanzate concezioni belliche. La cinta era lunga all'incirca quattro chilometri ed era rinforzata ai vertici da possenti baluardi, intervallata da dieci torrioni e coronata da terrapieni larghi fino a trenta metri. Alle spalle, le mura erano sovrastate da una decina di fortini chiamati "cavalieri" che dominavano il mare e la campagna mentre all'esterno erano circondate da un profondo fosso. Insperati aiuti erano poi giunti alla città dalla Repubblica di Venezia. Il 26 gennaio 1571 era arrivate infatti dalla base di Candia 16 galee e 3 mercantili che, non solo sbarcarono 1.600 soldati ma, ripartendo, si portarono dietro tutti i non combattenti, le donne ed i bambini. Un altro contingente era poi sbarcato sul finire dell'inverno accompagnato da una lettera di incoraggiamento di Venezia nella quale di parlava anche dei negoziati tra la Serenissima e il Gran Visir Sokolli Mehmet Pasa al quale il Sultano aveva dato mandato per le trattative.
La battaglia ebbe inizio nel luglio 1571. I turchi riuscirono ad aprire una breccia nelle mura con un fuoco di copertura di 70 mila palle ma costate loro, nelle quattro ondate di assalto, 50 mila morti. Una vittoria di Pirro che non diede a Lala Mustafa Pascia la soddisfazione di entrare nella città. Se questa cadde fu solo perché non c'erano più i viveri per sopravvivere. Le condizioni pace, cui seguì la firma della capitolazione, del resto non sembravano del tutto disonorevoli. Il 17 agosto 1571 Marcantonio Bragadin, in gran pompa come voleva la dignità di un senatore veneziano, uscì dalla città in sella ad un cavallo e seguito da 40 archibugieri per recarsi nell'accampamento del generale turco. Questi dapprima ostentò una grande affabilità, poi - come nella favola del lupo e dell'agnello di Fedro - cominciò a porre delle condizioni inaccettabili una delle quali era la consegna di un paggio (il giovane Antonio Guerrini) che il governatore veneziano si era portato incautamente dietro e sul quale aveva posto gli occhi Lala Mustafa Pasa. Quando Bragadin gli fece sapere che la clausola del trattato non parlava di ostaggi, cominciò il massacro. Bragadin fu rinchiuso in una gabbia, mutilato di naso ed orecchi, costretto a percorrere nudo e carico di peso le strade della cittò sotto le urla e le percosse della canèa nemico, quindi scorticato letteralmente vivo. Non si può immaginare morte più atroce. La pelle, riempita di paglia, fu poi esposta a guisa di trionfo sull'antenna più alta della nave di Lala Mustafa Pascia. I poveri resti, trafugati nel 1580 dall'Arsenale di Costantinopoli, si trovano ora esposti nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia.
La riscossa contro i turchi fu di qualche mese dopo, il 7 ottobre, quando la flotta della Lega Santa sconfisse quella di Mehmet Ali Pascia a Lepanto. (Veronica Incagliati)