Accadeva Oggi

7 agosto

    7 AGOSTO SIMONETTA CESARONI Uno degli elementi base della criminologia, ai fini della identificazione dei responsabili di un delitto, è da sempre la riservatezza nella investigazione. Se si da corda al colpevole - sosteneva quel tale - questi prima o poi vi si troverà impiccato. Agatha Christie, ad esempio, nei suoi romanzi si attenne costantemente a questo principio anche perché in questo modo era consapevole di creare maggiore suspense nel lettore. Ma non solo lei, la famosa scrittrice di "gialli", faceva muovere Hercule Poirot e Miss Jane Marple con abilità. Nella cronistoria dei numerosi fattacci che hanno avvinto gli italiani nella prima metà del ventesimo secolo, la regola a cui si sono attenuti i nostri Sherlock Holmes è stata infatti quella di lavorare dietro le quinte, con attenzione, con pazienza ed in particolare con modestia. I buoni risultati, ed in molti casi i successi, ne furono la naturale conseguenza.
Questo avveniva soprattutto quando ancora i magistrati non avevano preso il sopravvento nella conduzione dell'inchiesta lasciando alla polizia o ai carabinieri il compito di svolgere il proprio lavoro in tutta tranquillità senza l'interferenza da subito degli avvocati che tutelano gli interessi del loro assistito con tutte le "istruzioni" che vengono loro date strada facendo, e soprattutto senza i cosiddetti "processi" dei giornalisti televisivi che - cercando di monopolizzare l'attenzione della gente ai fini della cosiddetta audience - di fatto inquinano le prove irrimediabilmente.
Questo preambolo è per spiegare come, a distanza di tantissimi anni, i magistrati non siano stati capaci di risolvere una serie di misteri, vedi tra tutti gli assassinii di Simonetta Cesaroni, di Alberica Filo della Torre e di Antonella De Veroli, per arrivare ai più recenti quali quelli di Garlasco e di Perugia. Questo proprio perché -  con la fuga di notizie fin dall'inizio delle indagini, ma anche  per l'atteggiamento da primadonna degli inquirenti ansiosi di mettersi in mostra davanti alle telecamere - il criminale di regola ha buon gioco nel sapere in anticipo le mosse degli investigatori.
Fermiamoci sul delitto Cesaroni dato che oggi, 7 agosto, fanno diciotto anni che la povera ragazza romana del quartiere Don Bosco fu trovata uccisa in un appartamento di un elegante stabile di via Poma dove lavorava all'altro capo della città. Quando l'assassino si accanì su di lei vibrandole ben 27 colpi di coltello in ogni parte del corpo, Simonetta era già morta per trauma cranico essendo stata colpita alla testa con un oggetto. Si era difesa disperatamente passando da una stanza all'altra ma poi aveva dovuto cedere alla forza del mostro che l'aveva buttata a terra tentando di approfittare di lei. L'autopsia dirà poi che Simonetta non subì violenza, probabilmente perché fallì miseramente il tentato rapporto da parte dell'assalitore ma al tempo stesso provocando in questi la reazione tipica di chi - oltre ad essere respinto - non è capace neppure di usare violenza. Ed allora, giù a dare coltellate, a mordere le parti più delicate del corpo della ragazza, ad infierire in tutti i modi.
A distanza di tanti anni l'assassino non ha ancora un nome né un volto. Tanti inizialmente gli indiziati nel corso dell'inchiesta, a cominciare dal portiere dello stabile. Ma niente. Tra alibi, spiegazioni a vario titolo, testimonianze a favore, ne sono usciti tutti scagionati. E' un fatto comunque che Simonetta, la quale all'epoca aveva 21 anni, non avrebbe aperto la porta dell'appartamento - specie in un periodo dell'anno (agosto) con la città ed i palazzi completamente deserti - se non avesse riconosciuto la voce di una persona che conosceva.
Quel giorno era stata incaricata dal suo datore, Salvatore Volponi titolare della società <Reli Sas>, di svolgere un servizio in più presso l'Ufficio dell'Associazione degli Ostelli della Gioventù, in via Poma per l'appunto. Le aveva consegnato le chiavi del portone centrale con la promessa di risentirla per telefono attorno alle 18.30. Alle 17.35 Simonetta era ancora viva come risultò da una comunicazione intercorsa tra lei ed una signora che voleva delle informazioni. Poi il silenzio. La ragazza, non solo non chiamò Volponi come promesso, ma alle 20:00 - ora nella quale rientrava sempre a casa per la cena - i genitori non la videro arrivare. Alle 21:30 cominciarono le ricerche fino alla macabra scoperta.
<Accadeva oggi> ha voluto solo ricordare il fatto. Ci sia permesso non andare oltre, né rievocare le fasi dell'inchiesta, né fare i nomi degli indiziati di allora e successivi. Non aiutano certo a fare chiarezza su questa triste vicenda di sangue alla quale ha già cercato di dare un contributo <Canale 5> nella trasmissione "Matrix".
Era una giornata calda il 7 agosto 1990. I portieri degli stabili di via Poma asserirono di non avere visto dalle 16:00 alle 20:00 entrare nessuno all'ingresso del civico n. 2. Ma erano intenti - per loro stessa ammissione - a mangiare il cocomero. E si sa cosa significhi mangiare il cocomero, con il caldo e ad agosto. L'assassino sapeva come muoversi. Salì in silenzio le scale e suonò. Per la figlia del dipendente della Cotral, che il giorno dopo sarebbe dovuta andare in ferie, gli ultimi attimi di vita. (Veronica Incagliati)