Accadeva Oggi

31 luglio

    31 LUGLIO L'IMPRESA DEL K2 La recente avventura sul Nanga Parbat di Simon Kehrer, Walter Nones e Karl Umberkircher trasformatasi purtroppo in tragedia con la morte di quest'ultimo, ci ricorda la grande impresa dei nostri alpinisti che la mattina del 31 luglio 1954 raggiunsero a 8611 mt. la vetta del K2 la seconda montagna più alta della terra dopo l'Everest e la più difficile.
Ora se tanto quello che è successo sul Nanga Parbat ha tenuto in sospeso tutto il mondo per le difficoltà incontrate dagli scalatori, e questo oggigiorno che mezzi ed equipaggiamento sono più che sofisticati, andate per un attimo indietro di 54 anni e pensate quale significato abbia avuto quella conquista compiuta in condizioni proibitive e che vide una bandiera - quella italiana - sventolare sulla cima del Karakorum nella catena dell'Himalaya.
L'idea di ripercorrere la strada fatta nel 1909 dalla spedizione di Luigi Amedeo di Savoia - che però si era dovuto fermare a metà lungo uno sperone ribattezzato "Sperone degli Abruzzi" - era venuta ad Ardito Desio un geologo di chiara fama che con le sue esplorazioni in Africa ed in Asia aveva dato un contributo notevole alla scoperta di ricche sorgenti d'acque ed anche a quella di giacimenti di petrolio. Desio ce la mise tutta per trovare i componenti della spedizione ma alla fine la sua fatica fu premiata. Il gruppo era formato da 20 persone: 11 alpinisti (Achille Compagnoni, Lino Lacedelli, Walter Bonatti, Erich Abram, Ugo Angelino, Cirillo Floreanini, Pino Galotti, Mario Puchoz, Ubaldo Rey, Gino Soldà, Sergio Viotto), 5 ricercatori (Ardito Desio, Paolo Graziosi, Antonio Marussi, Bruno Zanettin, Francesco Lombardi), 1 medico (Guido Pagani), 1 cineoperatore (Mario Fantin), 2 membri pakistani (Ata Ullah e Badshajan), più naturalmente gli sherpa. Sulla cima arrivarono solo Compagnoni e Lacedelli, grazie comunque allo sforzo di tutti quanti che contribuirono con abnegazione ed altruismo alla riuscita dell'impresa funestata anche quella volta dalla morte della guida Puchoz deceduto per complicazioni polmonari. Ma sarebbe potuto andare anche peggio dal momento che nella notte tra il 30 ed il 31 luglio Bonatti ed una guida di nome Mahdi si trovarono bloccati senza avere potuto raggiungere la tenda del nono campo e costretti a bivaccare, in condizioni climatiche proibitive, su un gradino di ghiaccio in mezzo ad un ripido canalone senza tenda e sacchi a pelo. Se sopravvissero fu solamente grazie alla loro prestanza fisica. Bonatti se la cavò con l'amputazione di due dita di una mano, il povero Mahdi perse invece tutte quelle dei piedi.
La notizia della conquista del K2 arrivò in Italia a mezzogiorno del 3 agosto e fu accolta  con grande entusiasmo. Come scrive giustamente <Wikipedia>, divenne il simbolo della rinascita di un Paese che usciva sconfitto dalla 2° Guerra Mondiale. Da quel momento il K2 divenne per tutti "la montagna degli italiani".
Il successo della spedizione per la verità fu offuscato da una lunga polemica tra Compagnone e Lacedelli da una parte, e  Bonatti dall'altra. I primi due infatti dissero di avere compiuto l'ultimo tratto della scalata senza il supporto dell'ossigeno, in ciò confortati da una relazione che poi stese Desio. Il terzo sostenne invece il contrario. Inutile adesso stare a ricostruire i perché e percome delle due versioni, alle quali peraltro fecero da corollario interviste, smentite, querele, processi e quant'altro, oltre ad una serie infinita di memorie e di libri. A suggello della vicenda solo nell'aprile scorso il Club Alpino Italiano con la pubblicazione del "K2 Una storia finita" ha convalidato i risultati di una inchiesta fatta nel 2004 da una Commissione di tre saggi, vale a dire lo scrittore Fosco Maraini ed i docenti universitari Alberto Monticone e Luigi Zanzi. Risultati che davano ragione a Bonatti.
Al di là di tutto questo, rimane l'impresa. Ed è quello che conta. (Veronica Incagliati)