Accadeva Oggi

30 luglio

    30 LUGLIO LA SCONFITTA DEI CIMBRI Il luogo e l'ora. Era così che si faceva quando due cavalieri intendevano avere soddisfazione. In genere stabilivano di incrociare le lame dietro il campanile di una chiesa e sempre alle prime luci dell'alba. Poi zac, zac...zac fino al termine del duello che di fatto si concludeva con un morto infilzato.
La prassi era questa, andata avanti per tutto il Settecento. Insomma una cosa normale; ma che una tribù di guerrieri, feroci quanto imbattibili, nel 101 a. C inviasse una delegazione nel campo romano per concordare il luogo e il giorno della battaglia è cosa che sinceramente meraviglia. Senonché i Cimbri, come del resto i Teutoni, erano fatti così. Questo lascia pensare come tali popolazioni germaniche provenienti dallo Jutland non fossero poi quei popoli selvaggi e primitivi che ci hanno abituato a far credere i libri di storia, ma avessero un senso dell'onore a volte più spiccato di quello degli italici. Come che sia, nella fattispecie i Cimbri, se ne dovettero pentire amaramente perché il console Gaio Mario al quale era stata fatta tale richiesta, volle sì accontentarli, ma indicando come luogo la piana di Radii (non lontano dall'attuale Vercelli) dette alla sua cavalleria maggiori possibilità di manovra. Scegliendo poi l'indomani 30 luglio come giorno adatto per battersi impedì all'esercito dei Cimbri - piuttosto numeroso - di posizionarsi in tempo. Se si aggiunge infine la circostanza che durante l'incontro tra le delegazioni Mario volutamente aveva evitato di specificare l'ora in cui i due schieramenti avrebbero dovuto scontrasi, il gioco era fatto. Quella mattina infatti il grosso dell'esercito romano comandato da Mario, che nell'occasione si avvalse del valore di legato Lucio Cornelio Silla, piombò di sorpresa sul nemico nelle dense bruma del mattino. Costretta - secondo la ricostruzione di Theodor Mommsen - ad ingaggiare un combattimento ravvicinato prima che potesse disporsi in formazione di attacco, la cavalleria dei Cimbri fu ricacciata indietro verso la propria stessa fanteria che stava proprio in quel momento schierandosi per la battaglia. Al termine i Romani ottennero una schiacciante vittoria, riportando solo leggere perdite mentre quelle del nemico ammontarono a più di 140 mila morti. Come era consuetudine tra le popolazioni germaniche, ci fu anche un suicidio di massa tra le donne che prima avevano ucciso i loro figli.
La vittoria di Mario - che l'anno prima aveva sconfitto anche i Teutoni nella battaglia di Aquae Sextiae - si deve alla diversa impostazione strategica rispetto a quella di altri consoli ma soprattutto alla riforma militare dell'esercito che questi aveva portato a termine attorno al 104 a. c dopo la sua spedizione in Africa. Mario si era reso conto infatti che la chiamata alle armi doveva essere fatta su base volontaria e non doveva riguardare solo i cittadini romani al limite del censo ma anche i proletari nullatenenti e le popolazioni italiche alleate. I soldati erano così vincolati alla paga e alla spartizione dell'eventuale bottino il che li rendeva legati al proprio comandante. In  quanto all'addestramento era più severo e più uniforme, indipendentemente dalla classe di provenienza. La macchina da guerra era fondata dalla coorte. Questa era formata da 600 uomini ed era suddivisa in tre manipoli a sua volta formati da due centurie. A costituire una legione erano dieci coorti. Gli uomini erano tutti scelti ed altamente specializzati. Disponevano di un giavellotto leggere (pilum), di una spada a doppio taglio e da punta (gladium), di una pugnale e di uno zaino che dovevano portarsi sulla schiena e che conteneva tutto quello che serviva per la sopravvivenza.
Come ci si può rendere conto, Mario operò una vera e propria rivoluzione in campo militare che diede poi i suoi frutti. Roma veniva infatti fuori da una serie di sconfitte proprio ad opera dei Cimbri e e dei Teutoni, popolazioni barbariche conosciute per il furore ed il diprezzo del pericolo della morte che mostravano in battaglia. Era alti e biondi e non arretravano davanti ad alcun pericolo. A farne le spese nel 113 a C. il console Gneo Pairio Carbone che, sottovalutandoli, aveva creduto di attirali in una imboscata ed invece vi era caduto il suo esercito; nel 109 a C. il console Marco Giunio Silano; quindi nel 105 a C. i consoli Gneo Mallio Massimo e Quinto Servilio Cepione che furono sconfitti uno dietro l'altro.
La fortuna di Roma fu che in quelle occasioni le due tribù non avevano ancora deciso di invadere l'italia preferendo saccheggiare la terra degli Averniati (gli attuali svizzeri) e la Spagna del Nord. Quando però la loro attenzione fu attirata dall'Italia il senato romano dovette correre ai ripari affidando le sorti della Repubblica a Mario che dapprima - come accennato - sconfisse Teutoni ed Ambroni ad Acque Sextiae (oggi Aix-en-Provence, a nord di Marsiglia), successivamente i Cimbri che avevano valicato le Alpi attraverso la Val d'Ossola e si erano spinti nelle zone metallifere dei Campi Raudii. Come ricompensa per il loro prezioso e coraggioso servizio prestato, Mario concesse la cittadinanza romana ai soldati degli alleati italiani; ciò senza neppure consultare il senato. A chi gli chiese di giustificare questa sua decisione, rispose che gli era stato difficile nella concitazione della battaglia comprendere se la voce di Roma fosse stata quella della legge o degli alleati. Da quel momento tutte le legioni italiani sarebbero state considerate legioni romane. (Veronica Incagliati)