Accadeva Oggi

29 luglio

    29 LUGLIO   L'ATTENTATO AD UMBERTO I "Andiamo non è nulla". Vero o no che fossero queste le ultime parole pronunciate da Umberto I di Savoia, un attimo dopo il re era morto colpito da tre colpi di pistola al cuore, ad un polmone e ad una spalla. Non pensava certo di andarsene da questo mondo in maniera così tragica. Aveva scherzato fino ad un attimo prima con i ginnasti della società sportiva "Forti e liberi" e - queste le sue parole - si era "sentito ringiovanire" tra quei giovanotti. Faceva molto caldo quella sera del 29 luglio 1900 a Monza e per questo non non aveva voluto indossare - nonostante le raccomandazioni dei generali Ponzio Vaglia e Avogrado di Quinto - il panciotto di maglia di acciaio a protezione contro qualche male intenzionato. Una leggerezza che di lì  a poco gli sarebbe costata la vita. A quell'epoca non esistevano, almeno in Italia, i servizi di intelligence per cui né le forze di polizia né i carabinieri potevano sapere che nella cittadina era arrivato da due giorni chi si era messo in testa di ucciderlo. Nome, Gaetano Bresci. Anni 31, anarchico. Bresci era arrivato in Italia dagli Stati Uniti e più precisamente da Paterson una località non lontana da New York con il preciso intento di far fuori Umberto I per vendicare - questa la sua dichiarazione resa nel corso del processo - la strage di Milano del 1898 quando l'esercito del generale Fiorenzo Bava-Beccaris falciò a cannonate un centinaio di manifestanti scesi in piazza contro l'aumento del pane e della farina. L'ordine era stato impartito direttamente dal Governo Pelloux preoccupato che la protesta, cavalcata dai socialisti e dalle frange estreme della sinistra, si estendesse in altre città della penisola e che magari riesplodesse in Sicilia dove i Fasci dei lavoratori non erano stati del tutto domati. L'avvallo del pugno di ferro ad ogni modo era venuto dal sovrano in persona che di "buono" - come era stato definito - non aveva proprio nulla tant'è che sulla politica interna si era sempre comportato in maniera autoritaria per nulla sensibile alla gravissima crisi economica che aveva visto emigrare negli States e nel nord Europa centinaia di migliaia di poveri disgraziati.
L'odio verso il re si tramutò quindi ben presto per Bresci in vendetta. Dopo essersi licenziato da una fabbrica di industrie tessili dove era impiegato, aver salutato gli amici del circolo anarchico che pubblicava il periodico <La questione sociale> ed avere baciato la moglie Gaetanina e la figlia, Bresci si imbarcò alla volta dell'Italia. In valigia, ben nascosta, una "Hamilton and Booth Co." l'arma che gli servirà per assassinare Umberto I. Badate bene. Bresci non era di quegli immigrati che davano subito all'occhio per il modo di vestire povero. Distinto, elegante, un inglese perfetto che non tradiva le sue origini, macchina fotografica a tracolla, l' "anarchico venuto dall'America" - come fu poi ribattezzato - non lasciava immaginare che dietro quella persona si nascondesse un potenziale omicida. Così, alla sbarco a Genova, Bresci potette dirigersi alla volta di Monza in tutta tranquillità per mettere in atto l'attentato. Solo che, memore dei fallimenti di Giovanni Passannante e di Pietro Acciarito, lui non doveva sbagliare ma per questo doveva trovare l'occasione propizia. Questa gli venne dal fatto - come accennato - che la serata del 29 luglio di quell'anno di grazia fosse piuttosto caldo, ragion per cui il sovrano chiese di poter rientrare nella sua residenza assieme alla regina Margherita con una carrozza scoperta. Era quello che voleva Bresci il quale, mescolato alla folla festante, non ebbe difficoltà - al momento del passaggio del sovrano - a montare sul predellino della carrozza e far fuoco con la sua pistola.
Il processo fu insolitamente rapido. L'imputato tenne un comportamento distaccato e le risposte alle domande del presidente della Corte d'Assise di Milano furono chiarificatrici dei motivi che spinsero Bresci ad uccidere il re. "Il fatto - disse - l'ho compiuto da me, senza complici. Il pensiero mi venne vedendo tante miserie e tanti perseguitati. Bisogna andare all'estero per vedere come sono considerato gli italiani! Ci hanno soprannominati 'maiali'...".
E più ancora: "I fatti di Milano, dove si adoperò il cannone, mi fecero piangere e pensai alla vendetta. pensai al re perché oltre a firmare i decreti premiava gli scellerati che avevano compiuto le stragi".
Tutto vero. Per la repressione milanese Bava-Beccaris fu insignito infatti con la Croce di Grand'Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia.
Bresci fu trovato impiccato in una cella del carcere di Santo Stefano la mattina del 22 maggio 1901. Vi era stato trasferito da pochi mesi, da quando ve lo aveva scaricato la nave da guerra "Messaggero". Avrebbe dovuto scontarvi il carcere a vita, dopo la commutazione della condanna a morte. Rinchiuso in un buco di tre metri per tre, numero di matricola 515, sembra che Bresci non avesse manifestato intenzioni suicide come fu fatto credere. In realtà pare che fosse stato veramente "suicidato" dopo che gli era stato inferto un pesante "sanantoio", gergo con il quale veniva chiamato il pestaggio da parte delle guardie. Finito a pugni e calci, il collo di Bresci sarebbe stato poi appeso all'inferriata della cella con un asciugamano. Circa questo (presunto) delitto di Stato comunque non ci sono tracce, neppure presso l'Archivio Centrale. Rimane il mistero, rimangono gli aneddoti e rimane la bella tavola di Beltrame che lo aveva immortalato mentre sparava al re. Un delitto che fu condannato da tutti i benpensanti, ad eccezione di un frate francescano (Giuseppe Volponi condannato per la sua solidarietà a 7 mesi di galera), e dello scrittore Lev Tolstoj che annotò: "Se Alessandro di Russia, se Umberto non hanno meritato la morte, assai meno l'hanno meritata le migliaia di caduti di Plevna o in terra d'Abissinia". (Veronica Incagliati)