Accadeva Oggi

27 luglio

         27 LUGLIO GIOSUE' CARDUCCI   Il "Vate della Terza Italia" così era stato definito Giosué Carducci per la sua concezione eroica della poesia e per tantissime altre ragioni che non staremo qui ad elencare. Non a tutti piace. Non piacque, ad esempio, a Natalino Sapegno che lo definì un poeta minore, dovette  invece piacere moltissimo agli Accademici svedesi che altrimenti non gli avrebbero concesso il Nobel per la Letteratura nel 1906 e nientemeno con questa motivazione: "Non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all'energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica". D'altra parte - come si suol dire - de gustibis. Non tutti la vedono allo stesso modo. Forse che Carducci amava Alessandro Manzoni? Eppure tutto si può dire di quest'ultimo se non che non fosse un grandissimo poeta.
A scuola, Carducci ce lo hanno propinato in tutte le salse; a cominciare dalle elementari quando ci facevano imparare a memoria "San Martino" dalle Rime Nuove (La nebbia agli irti colli/Piovviginando sale/E sotto il maestrale/urla e biancheggia il mar......ricordate?), alle medie dove ci è rimasta sempre impressa la figura del re Teodorico nell'omonima "Leggenda di Teodorico" (Su 'l castello di Verona/Batte il sole a mezzogiorno,/Da la Chiusa al pian rintrona/Solitario un suon di corno,....), al Liceo dove tra Odi Barbare, Giambi ed epodi, Levia gravia ed altre amenità del genere se non eravamo più che preparati un bel 4 in italiano non ce lo toglieva nessuno. E noi lì, a cercare di capire tutto quell'astio del Carducci nei confronti dei tardo-romantici e, soprattutto, contro la Chiesa. Probabilmente li aveva ereditati dal padre Michele che era stato un acceso carbonaro e mazziniano, e fors'anche dalla madre innamorata di Vittorio Alfieri. 
Carducci era nato il 27 luglio 1835 a Valdicastello in provincia di Lucca e benché si sia sempre considerato un Bolognese - perché fu in questa città che condusse quasi tutta la sua esistenza fino  a spegnersi nel 1907 - ebbe sempre quello spirito critico e di polemico che è tipico dei toscani. Il carattere poi non era facile, per nulla addolcito (semmai il contrario) da una serie di lutti in famiglia; prima la morte del fratello Dario che pare fosse stato ucciso accidentalmente dal padre durante una lite in famiglia, quindi il suicidio dello stesso genitore per il dolore, infine la scomparsa della madre Ildegonda Celli e del primogenito.
Nel 1860, a soli 25 anni, era professore di eloquenza all'Università di Bologna carica che tenne per 44 anni ed il cui insegnamento fu basilare per altri grandi ingegni letterari quali Giovanni Pascoli, Renato Serra, Alfredo Panzini, Severino Ferrari e Manara Valgimigli. Ad aprirgli la strada  per l'ateneo felsineo era stato l'allora ministro della Pubblica Istruzione Terenzio Mamiani che già nel 1959 lo aveva fatto  riammettere nel corpo insegnanti (era stato infatti sospeso perché sospettato dalla polizia di idee filo-repubblicane) affidandogli l'incarico di docente di Latino e Greco presso il Liceo clasico "Niccolò Forteguerri" di Pistoia: E poi il grande salto.
Molto innamorato della moglie Elvira Menicucci che gli dette quattro figlio, Carducci non disdegnò una serie di avventure (tra le tante, Carolina Cristofori, Annie Vivanti) che - partite come rapporti culturali - sfociarono ben presto in relazioni amorose vere e proprie. Del resto Carducci fu sempre affascinato dalle donne. Una di queste, la regina Margherita, lo colpì a tal punto non solo da dedicarle la poesia "Alla regina d'Italia" e la prosa "Eterno femminile regale", ma addittura da cargli ambiare totalmente idea politica spingendolo verso la monarchia e facendolo tifareaddirittura per le imprese colonialiste in Africa volute da Francesco Crispi. Questi ricambiò la simpatia proponendolo per senatore del Regno.
Morì per una broncopolmonite.
Di più non vogliamo aggiungere. Temiamo di tediare qualche studente, nostro fedele lettore, il quale magari per ripicca decida di non seguirci più. (Veronica Incagliati)