Accadeva Oggi

21 luglio

    21 LUGLIO   SAN FILIPPO NERI Un sacerdote che va in giro per i quartieri più poveri vestito solo dell'abito che indossa perché non ne ha altri, che si mette a giocare con i ragazzini, che racconta  storie allegre, che scherza e canta con loro; un sacerdote che sa conquistare i giovani anche con le barzellette per farli ridere e farli divertire fino a che vogliono, a patto però che non facciano "peccato". Un sacerdote così dove lo troviamo al giorno d'oggi? Ce ne vorrebbero tanti, simili in tutto e per tutto a San Filippo Neri soprannominato anche il "Santo della gioia" o il "buffone di Dio". Badate, non era facile conquistare l'animo della gente nella Roma del Cinquecento, città dove - nel denominatore comune della miseria  - banditismo, prostituzione, corruzione e malaffare erano di casa. Eppure Filippo, fiorentino di nascita, dal giorno in cui a 19 anni mise piede nella terra del Pontefice fino alla sua morte che di anni ne aveva 80, non smise mai di avere a cuore le persone più umili, in particolare i bambini che sapeva i più deboli di fronte ai pericoli della vita.
Co-patrono di Roma, il Santo - a parte le sue attitudini di mistico e di contemplativo - è rimasto famoso per le opere di carità e per avere fondato l'Oratorio, punto di aggregazione per quei giovanissimi che non avevano altro modo di trascorrere la loro giornata se non standosene tutto il giorno per strada. La Congregazione - a cui Papa Gregorio XIII dette il suo placet e che si trovava all'interno della chiesa di Santa Maria in Vallicella - servì infatti proprio per raccogliere i più sbandati, per insegnare loro con pazienza e benevolenza che cosa fossero il bene ed il male, per unirli nella preghiera e, se possibile, per farli diventare seguaci di Dio. Al fine di coinvolgerli maggiormente, si metteva a giocare a pallone con loro e magari anche a cantare perché - diceva - l'accostamento al Signore è presente anche in queste manifestazioni. Se poi qualcuno talvolta prendeva troppo la mano, allora un moto di reazione ce l'aveva anche lui e, se quel "State bboni se potete" non bastava, non esitava a rivolgersi loro (sempre in romanesco) con la frase "Te possi morì ammazzato...ppè la fede!".
Filippo Neri, nato il 21 luglio 1515, era stato avviato dal padre alla carriera di commerciante e per questo spedito a Cassino presso una zio perché imparasse il mestiere. Ma la vocazione a Dio  e la dedizione alle opere di carità erano già in lui tant'è che, trasferitosi a Roma, dette subito prova della sua generosità aiutando i bisognosi e gli infermi. Nei primi tempi per sopravvivere fece il precettore in cambio di un po' di farina da trasformare in una pagnotta di pane, quindi si mise ad aiutare i malati nell'ospedale di San Giacomo dove conobbe Camillo de Lellis ed Ignazio di Loyola, fino a che comprese come la sua missione fosse quella di venire a contatto con i ragazzi di Trastevere, Campo de' Fiori e piazza Navona che - a suo dire - avevano necessità di ascoltare la parola del Signore. Soleva ripetere che "le tentazioni si vincono resistendo ad esse, ad eccezioni di quelle carnali, dove è solo fuggendo che si hanno gloriose vittorie". Questa affermazione era probabilmente legata ad una scommessa fatta da una nota prostituta romana, pare bellissima, che aveva deciso di mettere il santo alla prova invitandolo per una confessione a casa dato - questa la scusa - che stava male e non poteva andare in chiesta. Quando Filippo arrivò se la trovò appoggiata sul letto vestita solo di un indumento che nulla lasciava alla fantasia. Che volete, se non si può resistere alla carne, l'unico modo è allontanarsi in fretta. Cosa che fece il santo dandosi alla fuga.
Proclamato santo nel 1622, il nome di Filippo Neri è legato a Roma alle sue confessioni e alle penitenze che dava con la stessa bonarietà e dolcezza sia ai poveri che ai ricchi, ai principi e ai cardinali. Due gli aneddoti che ci piace ricordare: quello della gallina e quello del piccolo Paolo. Il primo è legato ad una donna di Campo de' Fiori che aveva il vizio del pettegolezzo. Così un giorno il santo le disse di prendere una gallina morta e di spargere le penne per tutta la città, quindi di ritornare da lui. Cosa che fece la penitente. A questo punto Filippo le ordinò di andare a raccogliere le penne. Alla rimostranza della donna che non era possibile perché chissà dove le penne erano volate, il santo le rispose che la stessa cosa valeva per le maldicenze. Una volta messe in giro non era più possibile stare loro dietro.
Il secondo aneddoto ha come protagonista il figlioletto del principe Fabrizio Massimo, morto a 14 anni il 16 marzo 1584 per malattia. Quando Filippo arrivò tutto trafelato a palazzo dall'Oratorio, il ragazzo era già deceduto. Per confessarlo non restava altro che riportarlo alla vita. Paolo riaprì gli occhi e confidò al santo i suoi peccatucci. Quindi il santo gli chiese cosa volesse fare, se andare in paradiso a raggiungere la madre e la sorella o continuare a rimanere in terra. Il ragazzo scelse il cielo. "Ed allora va in pace", lo esortò Filippo. La camera del miracolo è stata trasformata in una cappella che viene aperta al "popolino" ogni anno per il 16 marzo con grande festa nel borgo romano di piazza Navona. (Veronica Incagliati)