Accadeva Oggi

16 luglio

      16 LUGLIO MASANIELLO Tommaso Aniello d'Amalfi detto Masaniello, nato a Napoli il 29 giugno 1620 morto a Napoli il 16 luglio 1647. Pescatore, pescivendolo, contrabbandiere. Dopo Ruggero Mastrangelo - che aveva guidato nel 1282 la rivolta contro i d'Angiò - fu il secondo rivoluzionario che ebbe il coraggio di opporsi alle prepotenze di un Governo corrotto gettando le basi, dal 7 al 17 luglio 1647, per la cacciata degli spagnoli e dei suoi gabellieri da Napoli, cosa che sarebbe avvenuta di li a poco. Dieci giorni nel corso dei quali, Masaniello assieme alla moglie Bernardina salì dalla polvere agli altari per poi terminare i suoi giorni tragicamente in una celletta della Basilica del Carmine dove si era rifugiato, freddato da alcuni colpi di archibugio, il corpo decapitato e gettato in un fosso.
Poco prima di venire tradito dai quattro suoi amici, era salito sul pulpito della chiesa e, interrompendo la messa celebrata dall'arcivescovo Ascanio Filomarino, aveva gridato con tutta la foga napoletana a cui era abituato nel vendere il pesce a piazza Mercato: "Amice miei, popolo mio, gente: vuie ve credite ca io sò pazzo e forze avite raggione vuie: io sò pazze overamente. Ma nunn'è colpa da mia, so state lloro che m'hanno fatto'ascì afforza n'fantasia! Io ve vulevo sulamente bbene e forze sarrà chesta 'a pazzaria ca tengo 'ncapa. Vuie primme eravate munneaa e mò site libbere. Io v'aggio fatto libbere. Ma quanto pò durà sta libbertà? Nu juorno?! Duie journe?! E già pecchè pò ve vene 'o suonno e ve jate tutte quante 'a cuccà. E facite bbuone: nun se pò campà tuttà a vita cu na scupetta 'mmano. Facite comm'a Masaniello: ascite pazze, redite e vuttateve 'nterra, ca site pat' 'e figlie. Ma si ve vulite tenere 'a libbertà, nun v'addurmite! Non pusate ll'arme! 'O vedite? A me m'hanno avvelenate e mò me vonno pure accidere. E ci 'hanno raggione lloro quanno diceno ca nu pisciavinnolo nun po' addeventà generalissimo d'a pupulazione a nu mumento a n'ato. Ma io nun vulevo fa niente 'e male e manco niente voglio. Chi me v'bbene overamente diccesse sulo na preghiera pe me: nu requa-materna e basta pé quanno moro. P' 'o rriesto v' 'o torno a dì: nun voglio niente. Annudo so' nato e annudo voglio murì. Guardate!!".
Non è facile capire il diletto napoletano ma quel "m'hanno avvelenate" è molto chiaro. Pare infatti che al giovane capo-popolo fosse stata propinata - nel corso di un banchetto nella reggia -  la roserpina, un potente allucinogeno che negli ultimi giorni gli fece fare cose di cui non si sarebbe mai sognato: tipo vestire da gentiluomo e legiferare a nome del re di Spagna. Cose che gli alienarono le simpatie di una parte del popolo, sobillata artatamente dai nobili e dalla Corte.
Ma come si era arrivati alla rivolta? Per rispondere a questa domanda occorre spiegare cosa era piazza del Mercato a Napoli, un luogo fatto di botteghe, di fango, di animali di ogni genere, di bancherelle di pesce e frutta, di saltimbanchi e commedianti e persino del palco per la forca. Un luogo dove non potevano mancare le baracche dei gabellieri al servizio del Vicerè  necessari per riempire con le tasse le casse di Madrid impoverite dalla guerra nei Paesi Bassi e da quella dei Trent'anni. E' in questo scenario che vide la luce Masasiello figlio di Cicco d'Amalfi pescatore ed Antonia Gargano Massaia. Nel 1647 il ragazzo si era già creato una certa fama, soprattutto come contrabbandiere di professione che lo aveva portato più di una volta in carcere. Durante uno di questi soggiorni - già avvelenato con le autorità per avere dovuto pagato 100 scudi quale rilascio per la liberazione della moglie Bernardina - si lasciò tentare dalle dottrine populiste e rivoluzionarie di un prete ultraottantenne, don Giulio Genoino, che trovò in Masaniello il suo braccio armato per guidare la protesta contro i gabellieri. Questa scoppiò il 6 luglio 1647 allorché i lazzari diedero al fuoco alcuni banchi del dazio. Non era che l'inizio. Il 7 luglio una scintilla provocata da una zuffa scatenò la ribellione vera e propria al grido di "Viva il re di Spagna, mora il malgoverno". Masaniello ottenne l'abolizione della gabella sulla frutta, solo che - secondo la regola della mano e del braccio - pretese  di più. Rifacendosi ad un vecchio privilegio concesso addirittura da Carlo V nel 1517 chiese al vicerè l'abolizione di tutte le gabelle. Si andò avanti per alcuni giorni, con assalti, falliti attentati, linciaggi, esecuzioni sommarie. Quando sembrava che ogni cosa fosse finita nel migliore dei modi, anche perché la Corte aveva ceduto a tutte le richieste, fu messa in giro la notizia che Masaniello fosse pazzo e che la sua follia avrebbe trascinato il popolo alla rovina. La goccia che fece traboccare il vaso fu l'esecuzione sommarie di alcuni oppositori nonostante che a chiedere clemenza per loro fosse stato il vecchio don Genoino. Masaniello aveva firmato la sua condanna a morte che puntualmente arrivò il 17 luglio.
Avrebbe potuto diventare un vero capo-popolo anche perché la rivolta di Napoli guidata da un pescivendolo aveva già fatto giro dell'Europa. Se ne servì astutamente il cardinal Mazzarino che sostenne quel moto rivoluzionario in funzione antispagnola allo scopo di riportare il Regno di Napoli sotto l'influenza francese. (Veronica Incagliati)