Accadeva Oggi

11 luglio

    11 LUGLIO   UN EROE BORGHESE   Nel 1979 lo Stato italiano è praticamente allo sbando. Le brigate rosse, nonostante gli arresti di alcuni componenti l'organizzazione terroristica che aveva sequestrato ed assassinato il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, sono fortissime tanto che possono entrare impunemente nella sede regionale della Dc a Roma ed andarsene non prima di avere ucciso due poveri poliziotti. Attentati e delitti sono all'ordine del giorno e come se non bastasse la direzione strategica - oltre al piano per rapire il generale americano James Lee Dozier - sta addirittura progettando un attacco diretto alle istituzioni. In questa situazione di sfascio, nessuno tra la gente comune fa caso alla notizia di un ennesimo morto ammazzato, a Milano, la sera dell'11 luglio. Quel morto era l'avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della <Banca Privata> controllata da Michele Sindona e della quale era stata dichiarata l'insolvenza e quindi il fallimento. Un morto qualunque ma non per l'Italia che contava, per il mondo politico, per il potere finanziario, per la criminalità e per il sottobosco malavitoso, per i faccendieri, per i media. Si, anche per questi ultimi che avevano seguito dal 1971 l'evolversi delle ispezioni sulle gravi irregolarità e carenze amministrative della <Banca Privata>, sui famigerati conti fiduciari, sulle sporche transazioni, sui depositi fiduciari all'estero e sulle minacce infine che Ambrosoli - mite professionista, schivo ma soprattutto uomo libero ed onesto - aveva ricevuto perché non andasse a deporre il 12 luglio davanti a funzionari dell'Fbi che indagavano su altro crack sindoniano, quello della statunitense <Franklin National Bank>. A tappargli la bocca per sempre tre colpi di 357 Magnum. Ambrosoli stava rientrando a casa dopo una cena con amici quando fu avvicinato da un sicario, William J. Aricò, fatto giungere appositamente dagli States dietro compenso di 25 mila dollari più altri 90 mila depositati in un conto svizzero. Mandante, Michele Sindona. Questi, condannato all'ergastolo ed estradato dagli Usa, verrà poi avvelenato nella cella di un carcere con un caffè "corretto" (ormai per il sistema non serviva più). Una brutta fine farà pure Aricò fatto precipitare mentre tentava l'evasione da una prigione americana per mezzo di una corda. E dato che bisognava chiudere i conti con precedenti pericolosi, niente di meglio che "suicidare" anche un altro banchiere, quel Roberto Calvi presidente dell'allora Banco Ambrosiano trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra.
In una lettera indirizzata alla moglie già nel 1975 - quando l'avvocato era entrato da poco nel cuore dell'impero sindoniano (la società <Fasco>) dopo avere ricevuto l'incarico di liquidatore del Governatore della Banca d'Italia Guido Carli - Ambrosoli scriveva: "E' indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo questa missione: lo sapevo prima di accettarla e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualche cosa per il Paese". Dunque Ambrosoli non s'illudeva. Si rendeva conto che  - dopo i ripetuti tentativi di corruzione perché lasciasse perdere, dopo i consigli  e le pressioni di certi amici perché non insistesse troppo con quella indagine, dopo le telefonate a casa ed in ufficio a tutte le ore di questo e di quell'altro politico perché riflettesse - quel mondo oscuro avrebbe agito di conseguenza; e che lui sarebbe stato solo, come lo era stato il commissario Calabresi anche lui testardo nella ricerca di una verità che non si voleva fosse rivelata.
Ai funerali non c'era nessuno. Ancora una volta lo Stato si mostrava latitante. In un angolo, le lacrime agli occhi, il maresciallo della Finanzia Silvio Novembre che per quattro anni gli era stato accanto e che lo aveva seguito in quella sua battaglia contro la corruzione ed i poteri occulti. (Veronica Incagliati)