Accadeva Oggi

5 luglio

        5 LUGLIO IL BIKINI Greci, romani, egiziani, babilonesi (naturalmente ci riferiamo ai nostri progenitori) non avevano problemi. Quando era d'estate e si trovavano al mare, la cosa migliore per loro era buttarsi in acqua senza niente addosso. Magari in luoghi separati, gli uomini da una parte e le donne dall'altra. Ma non sempre. Poi con il Cristianesimo arrivarono le prime pruderie. Si scoprì che il nudo era peccato e così, specie per l'epidermide di fanciulle, ragazze da marito e su di lì, fu il buio totale per un bel po' di secoli. I bagni al mare diventarono off limits. A goderne il piacere, beati lori, solo i cosiddetti popoli sottosviluppati. Sarà nientemeno una regina - Ortensia di Beauharnais sovrana di Olanda - ad infrangere il tabù buttandosi nel 1812 nelle acque di Dieppe, in Francia, per rinfrescarsi dai calori estivi. Ovvio che era vestita di tutto punto ed ancora più ovvio che nessuno si azzardò a gridare allo scandalo. Semmai si spettegò a Corte. Qualche anno dopo a ripetere l' "esperimento", sempre a Dieppe, fu Carolina di Berry figlia di Francesco I e moglie di Carlo Ferdinando di Borbone. Anche lei sentiva caldo, anche lei sfidò le onde tutta vestita. Un abito però studiato apposta per entrare in acqua: cappello, guanti, abito di cotone, scarpe, calze. Era l'antenato del costume.
Dovrà trascorrere molto più di un secolo prima che la donna al mare potesse finalmente mettere in mostra il  suo corpo. Il 5 luglio 1946, in occasione dell'elezione di miss nuotatrice (un concorso di bellezza allestito a bordo di una piscina) lo stilista-ingegnere francese Louis Réard presentò infatti un costume arditissimo (per allora) ribattezzato subito bikini per il fatto che pochi giorni prima nell'atollo, che prendeva lo stesso nome nelle isole Marshall, era stato fatto esplodere un ordigno termonucleare. Ed in realtà il costume era una vera e proprie bomba la cui idea Réard "rubò" ad un altro stilista, tale Helm, che aveva pubblicizzato nel maggio di quell'anno "il costume da bagno più piccolo del mondo" chiamato atomo.
La modella che indossò il bikini di Réard era una spogliarellista del Casino de Paris, Micheline Bernardini. Fu un successo anche se ci furono donne che - decisamente pudiche - rifiutarono di indossarlo perché consideravano il bikini "adatto solo ad un pubblico di ibridi uomo-maiale". Pensate un po' ? Era il caso dell'ex campionessa del mondo di nuoto Esther Williams che alla fine però dovette cedere di fronte all'aut aut dei produttori cinematografici di Hollywood.
A non far storie furono invece la splendida Rita Hayworth, la nostra Lucia Bosè che fece conoscere il bikini agli italiani, Brigitte Bardot seducente più che mai nel film di Roger Vadim "Et dieu créa la femme", Marilyn Monroe in "Niagara" e persino la principessa Marrgaret d'Inghilterra immortalata a Porto Cervo mentre prendeva il sole sul panfilo dell'Aga Khan. Naturalmente con l'ombelico a disposizione dell'obiettivo di un paparazzo. Che dire poi di Ursula Andress mentre esciva fuori dal mare caraibico nel film "Licenza di uccidere" della serie 007! Un fremito in tutte le sale cinematografiche. Con la Andress però siamo già nei primi "anni sessanta". E' il momento delle maggiorate e dei seni prorompenti. Nelle spiagge non c'è bellezza femminile che non provi il gusto di indossare il due pezzi per mostrarsi agli uomini. E questi a guardare e a sognare.
Lontani i tempi dei busti e dei corsetti, lontani i tempi della nuotatrice austriana Annette Kellerman che durante una esibizione negli Stati Uniti (1906) si presentò con un costume intero che lasciava scoperte le cosce (per questo fu arrestata, multata e rimpatriata), lontani i tempi di Coco Chanel portabandierà di un mutamento radicale, il bikini - trasformato nel tempo in tanga e addirittura nel solo indumento inferiore - è oggi l'uniforme di tutte le donne brutte e belle, racchie o cavallone. Ci viene da sorridere a quello che scriveva un anonimo nel 1932 sul <Corriere della sera>: "Bisogna riconoscere che la maglia unica è stata una riforma storica: da una complicata combinazione di palandrane e pantaloni, si è passati di colpo alla tenuta da circo equestre: un centimetro di bretelle sulle spalle, molta schiena esposta, libertà di estendere fino alle ulrime vertebre la salutare azione dei raggi ultravioletti: Ora siamo alla vigilia di una nuova conquista. Essa potrebbe enunciarsi così: il diritto alla sosolatura bilaterale. La concessione fatta alla schiena è un precedente grave. La controparte condannata all'ombra freme di indignazione e di impazienza. Reclama anch'essa il sole, se non altro in  nome di un principio estetico. E' innegabile che a fine stagione una graziosa bagnante dei nostri giorni sembra una soglila che una cuoca si sia dimenticata di ricoltare nella padella". (Veronica Incagliati)