Accadeva Oggi

4 luglio

    4 LUGLIO GIUSEPPE GARIBALDI "Un uomo che facendosi cosmopolita, adotta l'umanità come patria e va ad offrire la spada ed il sangue ad ogni popolo che lotta contro la tirannia, è più di un soldato: è un eroe". 
La frase di Emile Barraut - un professore di retorica seguace di Saint-Simon - piacque tanto a Giuseppe Garibaldi che ne fece il suo credo. Il Barraut gli aveva esposto questi suoi pensieri durante un viaggio alla volta di Costantinopoli nel 1833. Era la seconda volta che Garibaldi si recava nella capitale dell'allora Impero ottomano. La conosceva piuttosto bene avendovi dimorato per ben quattro anni, dal 1828 al 1832. Aveva preso alloggio nel quartiere di Pera dove si guadagnava da vivere insegnando italiano, francese e matematica e dove frequentava la cosiddetta comunità dei levantini buona parte dei quali erano di origine italiana. Negli antichi quartieri di Galata e Pera la presenza dei nostri connazionali - genovese e veneziana all'inizio - risaliva al medioevo dando vita ad un centro ricco e fiorente. Una presenza secolare che prese forma e sostanza con la quarta crociata allorché si dette vita all'Impero latino. Per Garibaldi che arrivò a Costantinopoli a bordo del bastimento "Cortese" poco più che ventenne (era nato a Nizza il 4 luglio del 1807), la città del Sultano Mahmud II - pur fantastica nel suo cosmopolitismo di razze di lingue - fu inizialmente una esperienza scioccante per il caos, la gente, la confusione; a tal punto che lo spinse a chiudersi per un certo periodo all'interno della comunità italiana dalla identità molteplice sia per i contatti che per le aperture culturali. Qui conobbe i primi esuli politici, qui fece conoscenza con il mondo della massoneria, qui capì che cosa fosse quel grande fremito di libertà che sconvolgeva un po' tutti i suoi compatrioti. Garibaldi non aveva ancora conosciuto Mazzini. Si incontrarono - pare - a Londra alla fine del 1833 dove vi era arrivato da Costantinopoli. Il futuro "eroe dei due mondi" ne fu conquistato e volle subito iscriversi alla "Giovane Italia". La loro fu comunque una amicizia a distanza in quanto molto diversi erano i punti di vista su come attuare le strategie  per arrivare all'indipendenza  italiana. L'uno era un uomo d'azione, anche se ancora giovane, focoso, ribelle, pronto all'occorrenza perfino ad uccidere ; l'altro uomo di pensiero, non sempre convinto di quello che lui stesso propugnava, ligio ai principi morali. Entrambi comunque, in modo e nell'altra contribuirono a fare l'Italia:
I testi scolastici ci hanno voluto sempre dare l'immagine di un Garibaldi dal volto umano e remissivo rimasto famoso per la frase "obbedisco" allorquando - in procinto di liberare Trento con il suo Corpo dei volontari durante la 3° Guerra di Indipendenza - fu raggiunto dalla notizia dell'armistizio di Cormons. In realtà il nizzardo non fu esente da episodi disdicevoli come il coinvolgimento nella strage di Bronte e nelle razzie compiute in Brasile assieme alle camicie rosse, una sorta di grossa banda formata da italiani che aveva avuto l'avvallo del diplomatico inglese William Gore Ouseley. Con la "perfida Albione" del resto Garibaldi andò sempre d'accordo, probabilmente perché denominatore comune era la massoneria, anche se poi diverse erano le finalità giacché Londra guardò sempre ai propri interessi. Tre mogli (quello con la marchesina Giuseppina Raimondi durò un solo giorno), una serie di amanti, un numero considerevole di figli e ancor più di nipoti, l'eroe - che tale era veramente in tutti i sensi - fu di fatto una sorta di James Bond del XIX secolo. Dove arriva lui, al di qua e al di là degli oceani, si era certi di poter risolvere le situazioni più scabrose. E là dove non riusciva come nella strenua difesa della Repubblica romana nel 1849 - allora erano ripiegamenti strategici, fughe rocambolesche, avventure. Parlare di Garibaldi è come parlare dei protagonisti di Emilio Salgari, una storia dietro l'altra che vide - il mondo intero preso da una sconfinata ammirazione per le sue imprese - l'interessamento nei suoi confronti anche da parte del Governo degli Stati Uniti.
Riprendiamo paro paro da <Wikipedia>: "Nella primavera del 1861 il colonnello Candido Augusto Vecchi, del seguito di Garibaldi, scrisse al giornalista americano Theodore Tuckermann esponendo la simpatia di Garibaldi per l'Unione. L'ambasciatore Usa a Torino, P.H. Marsh, tastò il terreno per una partecipazione dell'eroe alla guerra di secessione americana in qualità di comandante di divisione. Lo stesso Garibaldi rivelo nel 1868 che Lincon gli avrebbe offerto 40 mila dollari per convincerlo a prendere il comando delle forze unioniste. Garibaldi non volle impegnarsi, ufficialmente poiché voleva un impegno deciso per l'emancipazione degli schiavi, o addirittura perché disponibile solo per il comando supremo. Ma, in effetti, perché assai speranzoso di una imminente iniziativa di Vittorio Emanuele  su Roma o il Veneto. Con queste premesse, la trattativa di arenò. Nell'autunno del 1862 Canisius, console Usa a Vienna, riprese i contatti; tuttavia Garibaldi, ferito e reduce dell' Aspromonte, si trovava detenuto a Varignano: in caso di accettazione si sarebbe prospettato un delicato caso diplomatico".
Seguirono anche altri passi ma anche questi senza esito. Certamente l'attenzione dell'eroe era rivolta in quel momento più ai destini del suo Paese che non a quelli di altri. Ciò non tolse che - dopo la liberazione di Roma -prendesse parte con un gruppo di volontari ad azioni a sostegno della nuova Francia repubblicana contro i prussiani. Fu anche eletto a Parigi deputato dell'Assemblea Nazionale nelle liste dei repubblicani radicali. Fu l'ultima sua missione. Auto-esiliatosi nell'Italia che aveva contribuito a costruire morì nell'isola di Caprera parte della quale aveva acquistato nel 1854 con una eredità. (Veronica Incagliati)