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28 giugno

        28 GIUGNO IL BANDITO LUIGI ALONZI "Puntate, mirate, fuoco".
Sembra, ma non ce n'è la certezza, che anche Luigi Alonzi detto Schiavone o "Memmo" avesse gridato "mirate al petto". Un ultimo gesto di rodomonteria prima di venire colpito dalle palle dei fucili dei legittimisti del generale Rafael Tristany Quello stesso giorno, il 28 giugno 1862, il suo corpo veniva bruciato ed i resti sparsi al vento. Così finì la breve stagione, "gloriosa" quanto sanguinaria, di un uomo che - per combattere le truppe sabaude - si era messo addirittura al servizio del re Francesco II di Borbone ma che poi, da legittimista che era, si era trasformato in un brigante feroce per cui alla fine lo stesso sovrano, dall'esilio in cui si trovana nello Stato pontificio, impartì l'ordine di toglierlo di mezzo. Con grande sollievo, naturalmente, dei piemontesi i quali più di una volta erano stati messi in difficoltà dalla banda di Schiavone.
Luigi Alonzi, nipote di un brigante sanfedista, era nato nel Comune di Scivelli non lontano da Sora nel 1825, quindi  ciociaro puro sangue. Si sa poco della sua infanzia e della giovinezza. Le prime notizie certe ci dicono che fu arruolato al servizio dei Borboni i quali lo avevano nominato Guardaboschi del distretto della Valle Roveto con il compito di dare la caccia ai liberali. La decisione di darsi al brigantaggio fu presa nel 1860 dopo che Franceschiello dovette lasciare Napoli per Gaeta e poco dopo per Roma, ospite di Pio IX. Più che un bandito nei primi tempi Schiavone operò da "guastatore" muovendosi lungo i confini tra la Marsica, il litorale di Terracina ed il frusinate giacché poteva contare sull'appoggio della popolazione locale e del clero. Lo stesso vescovo monsignor Giuseppe Montieri non nascose la sua simpatia per il "ragazzaccio" - così lo aveva definito - che sapeva tenere la testa alta di fronte ai soldati piemontesi. D'altra parte non era difficile parteggiare per questo Robin Hood nostrano che si contrapponeva - in una terra fatta per lo più di latifondisti - ad un Governo che non aveva capito nulla del Mezzogiorno e che, una volta insediatosi come Stato forte, aveva pensato solo ad imporre l'insopportabile ingerenza dei prefetti di polizia, la norma della ferma militare obbligatoria, le tasse e gabelle di ogni sorta. Alonzi diventò quindi una sorta di liberatore, di partigiano ante-litteram, l'hezbollah contro l'invasore. E poi non era solo dal momento di bande ve erano tante altre quale quella di Crocco, di Psquale Romano, di Caruso, di Gaetano Manzo, di Tranchella. Schiavone però era il più audace, quello che sapeva muoversi meglio e che aveva un maggior ascendente tra gli sbandati delle ex truppe borboniche. Ci fu un momento un cui il suo "esercito" raggiunse il numero di 1.400 uomini armati e poteva contare persino su un cannone.
Scaltro, buon conoscitore delle zone dove si muoveva, seguito sempre dalla sua donna Olimpia Cocco che conosceva fin da quando erano bambini (si erano dichiarati amore eterno), nonostante il titolo di "Comandante in capo di truppe del Re delle Due Sicilie" ed il diritto di fregiarsi del sigillo dei Borbone, Schiavone ebbe però il torto di uscire dal seminato dandosi al saccheggio e alla razzia anche delle popolazioni di cui si era elevato a difensore. Amava i proclami e mettersi sotto lo scudo dell'Arcangelo Gabriele e della Vergine Immacolata.
Quando fui catturato aveva lo stesso vestito di sempre: giacca e pantaloni di velluto, corpetto rosso con doppia fila di bottoni dorati, sandali, cravatta, fascia azzurra, sciarpa, cintura con un pugnale e due pistole, cappellaccio di feltro e orologio.
Qualcuno giura che non fosse del tutto malvagio e ne porta un esempio: un giorno gli condussero due carabinieri piemontesi. Non li impiccò, anzi li trattò  con molta cortesia offrendo loro del caffè che mandò a rubare nel paese vicino. Quindi li lasciò liberi, non prima di avere ordinato ai suoi compari di mettere loro addosso abiti da contadino. In un salvacondotto era scritto: "A tutte le autorità civili e militari. Lasciate passare questi due contadini. Il generale Schiavone". (Veronica Incagliati)