Accadeva Oggi

21 giugno

      21 GIUGNO NICCOLO' MACCHIAVELLI "Il fine giustifica i mezzi". Quante volte abbiano sentito ripetere questa frase attribuendola a Niccolò Macchiavelli, frase peraltro che l'autore de "Il Principe" non avrebbe mai pronunciato. Quante volte ci è stato dato ad intendere che la figura del principe capace di portare alla liberazione dell'Italia fosse quella di Cesare Borgia, alias il Valentino. Nemmeno questo risponderebbe al vero. Ma tant'è! Quando si tratta di confondere i fatti con i "si dice" siamo sempre bravi. Il colore in guasta mai.
Ma già che siamo in tema dei "si dice" vogliamo raccontarvi due aneddoti di messer Niccolò. Il primo riguarda un sogno che fece e che pare lui stesso abbia raccontato agli amici mentre si incontravano agli Orti Oricellari di Firenze (erano i giardini del palazzo di Cosimo Rucellai). Una notte immaginò di essere morto e di trovarsi davanti a due visioni: in una si vedeva una moltitudine di persone, tutte di rango elevato, che pativano nelle fiamme dell'Inferno; nell'altra  invece si scorgeva un gruppo di cenciosi che camminavano (si fa per dire) in Paradiso. Questi erano i beati che avevano sofferto in terra e che ora si meritavano la giusta ricompensa. I primi, al contrario avevano goduto dei piaceri terreni e dovevano così scontare la pena eterna. Portato al cospetto di San Pietro, Niccolò si sentì chiedere dove volesse andare, se tra i dannati dell'Inferno o tra gli eletti del Paradiso. "Preferisco le pene dell'inferno - fu risposta - ma tra gente civile che tra quella marmaglia in Paradiso".
Vero, falso? Quien sabe. L'altro aneddoto riguarda il modo come messer Niccolò trascorreva le giornate da "pensionato".  Con il ritorno dei Medici a Firenze, Macchiavelli infatti aveva perduto l'incarico di ambasciatore che lo aveva portato per lunghi anni qua e là per l'Italia e persino in Francia. Nonostante le continue suppliche tanto al duca Giuliano al quale aveva dedicato addirittura "Il Principe" che allo stesso Pontefice Leone X (era un de' Medici), gli fu interdetto in perpetuo l'ingresso a Palazzo Vecchio. Non solo, ma rischiò persino di essere decapitato come era capitato ai suoi amici Pietro Paolo Boscoli ed Agostino Capponi, accusati di avere complottato contro la casata. Comunque fu arrestato e torturato. Una volta uscito di prigione, le lunghe giornate si tramutarono in ozio per cui Macchiavelli trascorreva molto ore nelle osterie a bere e a cantare. Al rientro a casa, prima di ritirarsi nello studio per prendere in mano gli antichi classici, si ripuliva tutto punto  e si cambiava d'animo per rispetto a quei grandi. E lui stesso a scriverlo: "Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; e in su l'uscio mi spoglio della veste quotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e mi rivesto condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e che io nacqui per lui........".
Nato a Firenze nel maggio del 1469, Niccolò Machiavelli si spense il 21 giugno 1527 all'età di 58 anni. La sua esistenza, breve se vogliamo, non fu né peggiore né peggiore di altri sui illustri concittadini costretti a barcamenarsi in un periodo in cui non si sapeva bene con quale Signore parteggiare e a quale partito e corrente dare la propria simpatia o offrire addirittura i propri servigi. Diventato a 29 anni primo Segretario di Cancelleria, una carica che riuniva i compiti degli Affari interni come di quelli esteri, Niccolò si vide subito proiettato nel mondo della diplomazia con l'obiettivo di trovare alleati per Firenze che in quel periodo cercava in tutti i modi di impossessarsi della città di Pisa. Annotava nel maggio del 1499: "Pisa bisogna averla o per assedio o per fame o per espugnazione, con andare con artiglieria alle mura". Ci vorrà del tempo prima che questo potesse realizzarsi e ci vorranno comunque le truppe di Luigi XII di Francia. Alla sua Corte, a Parigi, Macchiavelli soggiornò un paio d'anni poi fece ritorno a Firenze per rimettersi in viaggio, agli ordini di Pier Soderini, alla volta di Imola per incontrarsi con il Valentino, e poi a Roma, a Milano, a Bolzano.  In quel periodo le alleanze si facevano e si disfacevano: ora si era amici della Francia, ora della Spagna, ora contro Venezia, ora a vantaggio dei francesi e sempre e comunque con il Papa a tessere intrighi e congiure. Anche la morte di Alessandro VI e l'ascesa al trono pontificio non aveva cambiato le cose. Cambiarono - come accennato - invece per Macchiavelli che, allorquando Firenze fu politicamente isolata ed incapace di resistere alle armi spagnole, venne rimosso dal suo incarico. Soderini nel frattempo aveva pensato bene di scappare. In sintesi, molto molto in sintesi, ecco quello che c'era da sapere su messer Niccolò una delle più grandi figure di tutti i tempi, autore di trattati in latino ed in volgare nonché di meravigliose commedie come la "Mandragola" e "Belfagor arcidiavolo". Intelligenza acuta e un tantino spregiudicata, si può considerare il fondatore della scienza politica moderna. 
Il ritratto: aveva un "fine ambiguo sorriso", come ebbe a dire di lui Roberto Ridolfi. (Veronica Incagliati)