Accadeva Oggi

17 giugno

    17 GIUGNO LO SCANDALO WATERGATE Chiamatelo un errore, chiamatela una imperdonabile leggerezza, fatto sta che se non fosse stato per un piccolo nastro isolante, che teneva socchiusa una porta che collegava il pozzo delle scale con il parcheggio sotterraneo e che fu scoperto da una guardia, lo scandalo "Watergate" non sarebbe scoppiato, non ci sarebbe stato l'impeachment per l'allora presidente degli Stati Uniti Richard Nixon e questi non sarebbe stato costretto a rassegnare le dimissioni. Proprio così. Quando però si dice il caso?
Le cose andarono in questo modo. Tale Frank Will, addetto alla sicurezza del <Watergate Hotel>, un complesso di uffici di Washington che ospitava il quartier generale del comitato nazionale democratico, nella notte del 17 giugno 1972 mentre faceva il consueto giro di ispezione notò quella porta che non accostava bene. Pensò che a mettere il nastro fossero state le donne delle pulizie per cui lo rimosse. Ma quando, ripassando più tardi, vide che la porta era di nuovo socchiusa sempre per via di un altro pezzo di nastro isolante che bloccava il battente, allora preoccupato chiamò la polizia.
L'irruzione degli agenti portò all'arresto di cinque persone che stavano lavorando sulle linee telefoniche con alcune cimici telefoniche. Si trattava di Bernard Barker, Virgilio Gonzales, Eugenio Martinez, Frank Sturgis e James W. McCord Jr. La faccenda probabilmente avrebbe anche potuto fermarsi lì con l'accusa di "scasso di terz'ordine" - come disse l'addetto stampa di Nixon, Rod Ziegler - se non fosse stato che nell'agenda di MacCord non fosse stato trovato il nome di E. Howard Hunt che aveva lavorato alla Casa Bianca. Risultò anche che lo stesso McCord era uno dei capi della sicurezza nella sede dell'Esecutivo Usa. Quanto bastava perché la faccenda prendesse un'altra piega. Le indagini misero subito in luce che questa non era roba da quattro soldi, che vi entrava prepotente la Cia e che McCord era stato pagato dal Crp (Comitato per la rielezione del presidente Nixon). Pure ogni cosa avrebbe potuto rientrare nella normale routine di un'affaire poco pulito ma da sbrigarsi in famiglia. Il diavolo però ci mise lo zampino e il diavolo si identificò in due giornalisti della <Washington Post>, Bob Woodward e Carl Bernstein, che cominciarono a condurre una loro investigazione privata e - grazie soprattutto ad un informatore rimasto anonimo fino al 2005 (l'ex numero due dell'Fbim W. Mark Felt) - fecero scoppiare lo scandalo. Comunque ancora una volta, Nixon, tra l'altro favoritissimo nei sondaggi elettorali, se la sarebbe potuta cavare, se non avesse mentito - e non avesse fatto mentire i suoi collaboratori - su alcune registrazioni tra lui ed il suo capo staff, H.R Haldeman, mentre discutevano un piano per ostacolare le indagini.
Mettersi adesso a raccontare tutti i capitoli del "Watergate" sarebbe come entrare in cul de sac. Ci sia sufficiente ricordare che gli scassinatori originali furono tutti condannati (8 gennaio 1973) per scasso ed intercettazione e che la stessa sorte subirono i più stretti aiutanti di Nixon (i cosiddetti "Sette del Watergate"), vale a dire John Newton Mitchell, Harry Robbins Haldeman, John Ehrlichman, Charles Colson, Gord C. Strachan, Robert Mardian, Kenneth Parkinson riconosciuti colpevoli del reato di avere ostacolato ed inquinato l'inchiesta. In quanto al presidente Nixon - rimasto famoso per la frase pronunciata di fronte a 400 editori dell'<Associated Press> "I,m not a crook" (Non sono un imbroglione) - fu costretto a dimettersi. Non aveva potuto fare altrimenti di fronte ad imputazioni come "abuso di potere ed ostacolo al Congresso". (Veronica Incagliati)