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16 giugno

      16 GIUGNO   MURAD IV Un mostro di crudeltà ma anche l'ultimo sultano coraggioso, probabilmente il più grande dopo Solimano il Magnifico. Murad IV, figlio di Ahmed I e di Kosem Mahpeyker, salì al potere che aveva undici anni essendo nato il 16 giugno 1612. Durante la minore età il Governo dell'Impero fu retto però dalla madre che, secondo la consuetudine, fin da piccolo lo aveva affidato alle nutrici nella Gabbia. Questa (in turco Kafes) consisteva in una costruzione di due piani chiusa dietro un alto muro nel cuore del Gran Serraglio, di fronte agli appartamenti della prima sultana. Aveva cortili e giardini ma non esistevano finestre. Quelle poche, al piano superiore, guardavano solo verso il mare. Per due secoli gli eredi al trono vennero "murati" qui, a volte addirittura dall'età di due anni, fino a quando erano chiamati  alla guida del Paese. Ma potevano passare anche trenta o quarant'anni e quando uscivano erano completamente usciti di senno a meno che, nel frattempo, non si fossero tolti la vita con un laccio di seta. Unici compagni dei sordomuti e le odalische destinate a condividere la sorte del loro padrone.
Murad IV ebbe la fortuna di uscire dalla Gabbia a 22 anni. Avrebbe governato per poco più di un lustro ma sufficiente per ridare energia all'Impero che mostrava già le crepe di un prossimo decadimento sia dal punto di vista militare che economico. La situazione non era certo delle migliori: i governatori delle province non riconoscevano più l'autorità centrale e non pagavano le tasse, la città di Erzurum si era decisamente ribellata, le casse del tesoro erano vuote, focolai di tensione erano scoppiati un po' ovunque sia in Crimea che in Siria, Egitto e Yemen,  i safavidi avevano invaso l'Iraq e conquistato Baghdad, l'esercito stesso non dava più affidamento, alleato ora con l'uno ora con l'altro; senza contare infine le defezioni che erano all'ordine del giorno.
La sterzata la si ebbe appena fu deciso che occorreva una guida diversa da quella della sultana reggente. Appena sul trono, Murad IV fece subito capire di pasta fosse. "Murad - annota Noel nel suo libro "I Signori del Corno d'Oro" -  aveva selvaggi occhi neri dallo sguardo torvo e il viso seminascosto dai capelli castano scuro e dalla lunga barba. Vestiva quasi sempre di seta blu e riusciva a battere qualunque cavaliere dell'Impero. In un'epoca in cui il tiro con l'arco era lo sport nazionale e gli arcieri erano eroi popolari con "tifosi" assidui come gli atleti dell'antica Grecia o i calciatori del giorno d'oggi, Murad poteva gareggiare con qualunque di essi e riusciva a lanciare le sue frecce a oltre cinquecento metri di distanza (una volta sola fu battuto dal fratello Bayezid ma per questo fu fatto uccidere, ndr). Inoltre sapeva usare con grande abilità giavellotto, spada e moschetto. Come lottatore era imbattibile ed era sempre pronto a cimentarsi in campo aperto con il miglior atleta del momento. Si diceva che nessuno riuscisse ad aprire le  grosse dita del suo pugno.
Fin dal momento della sua effettiva presa del potere dovette affrontare una crisi con i giannizzeri, la cui disciplina nel corso degli anni era andata rilassandosi. Il giuramento di celibato era stato abolito ed ad essi si erano affiancati i loro figli. Nel passaggio dai padri ai figli, le caratteristiche originali del corpo erano completamente scomparse. Dal momento che i sultani degenerati continuavano a susseguirsi, i giannizzeri si fecero sempre più pretenziosi nelle loro richieste. Con Murad capovolsero i pentoloni del loro cibo (il tradizionale modo di manifestare il loro scontento), chiedendo al nuovo sultano la vita del Gran Visir e di sedici alti dignitari. Murad dovette cedere, ma fu profondamente colpito da quell'umiliazione e immediatamente decise di vendicarsi. A poco a poco riunì attorno a sé un gruppo di soldati fedeli e, quando i giannizzeri meno se lo aspettavano, si impadronì dei loro capi e li fece strangolare: più di seicento vennero giustiziati nei loro quartieri.

Per rimediare ai mali del Paese Muriad trovò subito il rimedio adatto: faceva tagliare la testa a chiunque lo infastidisse o intralciasse i suoi piano. In nome della giustizia nel 1637 25 mila sudditi subirono la pena capitale, molti dei quali per sua mano. Scrive ancora Noel Barber: Fece giustiziare il Gran Mufti perché non era soddisfatto della condizione delle strade. Decapitò il capo dei musici perché aveva suonato un'aria persiana. Vietò l'uso dell'oppio e proibì che si fumasse in pubblico. Come il celebre Harun-al.Rashid, amava aggirarsi di notte, travestito, per le taverne e, se scopriva qualcuno fumare, si rivelava e faceva giustiziare immediatamente il trasgressore. Una volta che sorprese a fumare uno dei suoi giardinieri con la moglie, ordinò che venissero loro tagliate le gambe, li fece quindi esporre al pubblico e li lasciò morire per dissanguamento. Inevitabilmente un carattere così selvaggio e spietato divenne incontrollabile e si accanì contro torti immaginari. Poiché un cero Zanetti, veneziano, aveva costruito un locale in più sul tetto della propria casa, Murad si convinse che l'aveva fatto per spiare le donne dell'harem e fece impiccare l'uomo con la sua camicia. Fece impalare un disgraziato interprete francese perché aveva organizzato un incontro clandestino con una donna turca. Amava trascorrere intere ore nel contro dell'Alai, all'angolo più occidentale delle mura di cinta del Serraglio, a mettere in pratica la prerogativa reale di uccidere dieci innocenti al giorno, esercitando il suo potere con l'archibugio su quei passanti che si trovavano troppo vicini alle mura del palazzo reale. Una volta fece annegare una comitiva di donne, nella quale per caso si era imbattuto in un prato, avendo trovato da ridire sul baccano che facevano. Diede ordine alle sue batterie di aprire il fuoco e di colare a picco una barca carica di donne, sul Bosforo, perché si era avvicinata troppo alle mura del serraglio. Quando usciva a cavallo, ogni misero infelice che gli recava dispiacere, attraversandogli o impacciandogli il cammino, veniva immediatamente messo a morte, e spesso cadeva trafitto da una freccia scagliata dall'arco del tetro despota.Dovunque si recasse, il sultano era seguito dal suo capo giustiziere, Kara Ali, la cui cintura rigurgitava di chiodi e di succhielli, di mazze per spezzare le ossa delle mani e dei piedi, e di scatolette contenenti vari tipi di polvere per accecare.
In momenti meno sinistri Murad si divertiva un mondo a tormentare le donne dell'harem. Secondo sir George Courthop, che si recò a visitare Costantinopoli, il sultano aveva abitudini di questo genere: "Ha una grande piscina tutta fatta di porfido, che si trova in mezzo a un boschetto fitto di alberi, ai quali fa appendere numerosi tappeti, perché non sia possibile guardare dentro. Dispone le sue concubine completamente nude e le prende come bersaglio, sparando loro addosso certe pallottole che non provocano danno e si appiccicano ai corpi delle donne. A volte le inonda con tale quantità d'acqua (perché può disporre di tutta l'acqua che vuole) che, arrivando a superare le loro teste, esse sono costrette a fare continui balzi in aria se vogliono sopravvivere. Quando questo sport ha saziato il suo divertimento, lascia scorrere via l'acqua e chiama gli eunuchi addetti all'harem perché facciano sparire quelle che sono morte".
Eppure, con tutta la sua spietata crudeltà - che era in definitiva quella dei tempi in Oriente - Murad fu non solo un abile amministratore dello Stato ma soprattutto un formidabile condottiero sempre in prima fila sui campi di battaglia. Invase la Mesopotania, soffocò con il sangue le ribellioni nel sud-est anatolico (20 mila le esecuzioni sommarie), fece rafforzare i confini settentrionali da eventuali invasioni polacche, riconquistò Baghdad. Quel giorno era il 16 novembre 1638. La città era disperatamente difesa dai safavidi ma fu lo stesso Murad ad infondere l'impeto necessario ai suoi soldati per la vittoria. Cavalcava un destriero di razza Nogai indossando una corazza di maglia sopra la quale era posata una pelle di leopardo. Ad un certo punto un gigantesco soldato safavida sfidò il più coraggioso dei turchi a singolar tensore. Murad non esitò e con la sua scimitarra da 50 chili di peso fendette con un sol colpo la testa dell'avversario dal cranio al mento. Dopo la presa di Baghdad furono fatte fuori 60 mila persone, trentamila tra i safaridi ed altre 30 persone tra i cittadini.
Nonostante i crimini, Murad IV ebbe - ripetiamo - il pregio di rallentare il declino del Paese. Morì di cirrosi nel 1640. Prima di  spirare comandò di eliminare il fratello Ibrahim I, suo successore, solo perché voleva passare alla storia come l'ultimo grande sultano della stirpe di Osman I. L'ordine però non venne eseguito perché ci si mise di mezzo la sultana madre Kosem la quale poi gli fece recapitare un messaggio nel quale si confermava che Ibrahim era stato strangolato. Pare che in quella circostanza Murad sogghignasse in modo orribile e spettrale, quindi chiudesse gli occhi. Aveva 28 anni. (Veronica Incagliati)