Accadeva Oggi

13 giugno

    13 GIUGNO   ALFREDINO   Cinquantanove ore e trenta minuti.Tanto durò l'agonia del piccolo Alfredino, sei anni, spirato la mattina del 13 giugno 1981. Chi non ricorda lo strazio dei genitori Ferdinando Rampi e Franca Bizzarri che - seppure già dalla notte avevano perduto ogni speranza di salvare il loro figlio  - se ne stavano lì, incollati al ciglio di quel pozzo maledetto, in attesa forse di un miracolo. La notizia della morte del bambino, precipitato in fondo ad un pozzo artesiano profondo 80, fu  data alle 6:30. Alle urla disperate della madre, che ormai non aveva più lacrime per piangere, a quel "Noooo...." prolungato del padre che si sperse nella campagna di Vermicino, fece da contraltare ad un silenzio assoluto da parte di quanti, per più di due giorni pieni, avevano fatto di quel posto la copia perfetta di quello che si era visto tantissimi anni prima in un celebre film di Billy Wilder "L'asso nella manica". Silenzio. Era il silenzio dei cronisti, quello delle troupe televisive, dei vigili del fuoco, dei poliziotti, di curiosi, bibitari, uomini, donne, giovani  e vecchi che di colpo si era sostituito - nell'atmosfera rarefatta dell'alba - ai rumori assordanti e alla confusione che avevano fatto della tragedia un reality show. Ma la tragedia si era veramente compiuta. E, proprio come nel film del grande regista americano, era il momento per tutti di togliersi le tende.
Del resto, per recuperare quel corpicino sprofondato in fondo al pozzo ci vorranno non giorni ma quasi un mese. Era infatti l'11 luglio quando fu possibile riportare in superficie Alfredino ed affidarlo agli esperti di medicina legale per i primi rilievi. Il piccolo era scivolato nel pozzo la sera del 10 giugno attorno alle 19:00 . Qualcuno dirà che la cosa era impossibile perché il buco era ricoperto da due palanche di legno sopra le quali erano state messe delle grosse pietre che Alfredino non avrebbe potuto spostare. E allora? Allora ecco che ad un certo punto l'inchiesta giudiziaria, affidata al sostituto procuratore Giancarlo Armati, prese un'altra piega. Indagini, interrogatori, sospetti ma alla fine, nel 1987, l'archiviazione definitiva. Quel mistero iniziale è rimasto tale e nessuno mai saprà come Alfredo Rampi sia caduto nel pozzo.
Quando la notizia arrivò sui tavoli dei giornali, lì per lì non sembrò importante. C'erano altre cose che sembravano più urgenti come il sequestro da parte delle Brigate Rosse di Roberto Peci, fratello di Patrizio. Senza contare che nelle mani dei terroristi si trovavano il direttore della produzione dell'<Alfa Romeo>, Renzo Sandrucci, ed il direttore del <Petrolchimico> di Porto Marghera, Giuseppe Taliercio. E poi erano ancora sempre calde le istruttorie sull'attentato al Pontefice e sullo scandalo della P2. Insomma di materiale per riempire le prime pagine ce n'era anche troppo. Poi però i primi flash di agenzia furono sostituiti da particolari più precisi. Furono mandati gli inviati e si capì la drammaticità di una disgrazia che coinvolgeva un bimbo, tra l'altro affetto da una malformazione cardiaca piuttosto rara. A distanza di tanti anni ci si interroga come quella creatura abbia potuto sopravvivere in un buco largo appena 30 cm e al buio, ci si interroga sui mezzi di soccorso avventati quanto superficiali dal punto di vista delle capacità, ci si interroga sulla mancanza di coordinamento, sulla confusione che si era creata via via, su quelle disposizioni assurde impartite senza nemmeno sapere le conseguenze, su quel circo mediatico che contribuì solo a far perdere tempo. Il tutto tra speranze, disperazioni, illusioni ed angoscia.
La notizia, dicevamo. Alla fine c'era. Dalle 14:00 alle 20:00 del 12 giugno venne registrata una media di 12 milioni di telespettatori. Un audience inimmaginabile per quei tempi. Nelle case non c'era persona che non volesse sapere, che piangeva nell'apprendere che un vigile (Nando Broglio) si era messo a cantare in un microfono alcune canzoni dei cartoni animati per distrarre dalla paura il piccolo Alfredo, che si esaltava guardando la televisione  davanti alle gesta del tipografo Angelo Licheri e del secondo volontario Donato Caruso calati nel pozzo per imbracare il "prigioniero", che scommetteva sulla salvezza di Alfredino, su un lieto fine della situazione. Tutto inutile. La cronaca - non sarebbero trascorsi molti giorni - si sarebbe occupata già di altre cose. (Veronica Incagliati)