Accadeva Oggi

11 giugno

    11 GIUGNO   ANTONIO MEUCCI   Sono trascorsi appena sei anni ma il 12 giugno 2002 va ricordato. Per noi italiani è qualcosa di più di una semplice data. Quel giorno infatti il Congresso degli Stati Uniti riconosceva ufficialmente - dopo più di un secolo - Antonio Meucci come l'inventore del telefono. Ma quanta fatica, quante battaglie da parte della nostra comunità! Alla fine però la soddisfazione - merito soprattutto sia della direttrice del Museo "Garibaldi-Meucci" di Stanten Islan, Emily Gear, sia del deputato italo-americamo Vito Fossella  - di vedere trionfare la verità. Il tempo però non può cancellare una ingiustizia perpetrata nei confronti di un uomo che si era visto scippare il brevetto a vantaggio della <Western Union> che indicò in tal Alexander Graham Bell l'unico inventore. Come per Sacco e Vanzetti, mandati alla sedia elettrica senza una prova e solo molto più tardi riabilitati, così per Meucci gli States hanno dovuto ammettere di avere sacrificato la sua scoperta all'altare del business, perché così è stato ed è tutt'ora in questo Paese quando di mezzo ci sono grossi interessi. E' pur vero che l'inventore fiorentino un primo riconoscimento l'aveva ottenuto in vita e precisamente il 13 gennaio 1887 allorché - grazie alla sensibilizzazione della stampa - il Governo Usa aveva annullato per frode e dichiarazione di falso il brevetto depositato da Bell (decisione poi sancita dalla Corte suprema), ma è altrettanto vero che al riconoscimento di paternità tecnologica non corrispose nessun risarcimento economico tanto che Meucci morì a New York nella più nera miseria ed il brevetto di Bell non fu più contestato.
Meucci - al quale si devono tante altre scoperte come i filtri per la depurazione delle acque (1835), i sistemi per la doratura galvanica delle spade (1844), l'apparecchio per l'elettroterapia (1846), il bruciatore per le le lampade a cherosene (1862) - era nato a San Frediano nel 1808. Coinvolto nei moti rivoluzionari del 1831, fu costretto ad emigrare assieme alla moglie Ester Mochi dapprima nel Regno delle Due Sicilie e successivamente a Cuba. Fu il momento più felice della sua vita. Povero ma dotato di grandi risorse, Meucci si dette subito da fare; intanto creando delle macchine teatrali automatiche per dare agli spettacoli musicali, sulle note di Donizetti, il meglio della scenografia; secondariamente, essendo anche chimico, curando le persone affette da dolori con gli impulsi elettrici. La scoperta del telefono avvenne proprio durante una di queste terapie. Riportiamo da www.radiomarconi.com : "Un giorno quando aveva ormai 41 anni con un tale malato gli occorse un caso strano. Infilò un tetrodo di rame nella bocca di costui e gli lasciò l'altro nella mano. Quindi andò nella stanza vicina e attaccò i fili; uno all'apparecchio per l'elettro impulso e l'altro sulla propria lingua per meglio dosare la scossa. Giù la levetta. Il malato saltò sulla sedia. Malgrado la distanza Meucci sentì sulla sua lingua le parole che l'altro diceva. E la fisiofonia, di quelle corrente conformanti, divenne l'idea della sua vita: trasmettere la voce per telefono".
Un'idea, peraltro, che Meucci portò avanti con altri esperimenti anche quando - distrutto da un incendio il teatro che aveva fondato a l'Avana - nel 1850 si trasferì a New York. Qui incontrò Giuseppe Garibaldi del quale diventò grande e sincero amico. Il mondo yankee non era però ospitale come quello di Cuba. Per andare avanti Meucci dovette fare salti mortale e la fabbrica di candele da lui fondata non faceva gli affari sperati, sufficienti per curare la moglie Ester malata di artrite deformante e per continuare i suoi lavori sul telefono. Di questo, in un appunto del 1857, lo scienziato italiano annotava: "Consiste in un diaframma vibrante e in un magnete elettrizzato da un filo a spirale che lo avvolge. Vibrando, il diaframma altera la corrente del magnete. Queste alterazioni di corrente, trasmesse all'altro capo del filo, imprimono analoghe vibrazioni al diaframma ricevente e riproducono la parola".
Alla moglie sofferente soleva dire, per confortarla, che presto sarebbero diventati ricchi e che sarebbero andati in carrozza. Ma i capitali richiesti per portare avanti gli esperimenti non arrivarono, né dall'Italia né da altre parti. Costretto a vendere tutte le attrezzature ad un rigattiere, nel 1971 decise di chiedere un brevetto. Essendo però senza soldi, optò allora per un caveat, una sorte di documento a buon mercato che descriveva l'invenzione e ne fissava la priorità. Nel 1874 con un'ampia documentazione sulle sue ricerche, si rivolse alla <Wester Union> con la richiesta di poter utilizzare le linee per i propri esperimenti. La potente Compagnia però, non solo non gli rispose ma colse la potenzialità economiche dello strumento a suo vantaggio affidando ad Alexander Graham Bell il merito dell'invenzione. Il resto l'abbiamo scritto.
Una lapide sulla casa natale dove vide la luce Meucci in via Chiara al numero 435 (oggi via Serragli 44) è scritto: "Qui nacque Antonio Meucci inventore del telefono". (Veronica Incagliati)