Accadeva Oggi

5 giugno

    5 GIUGNO PANCHO VILLA, LA LEGGENDA Partiamo dalla Cucaracha. Si, se vogliamo conoscere Pancho Villa dobbiamo partire proprio dalla Cucaracha una ballata delle truppe del grande capo rivoluzionario messicano che questi aveva in parte composto per il presidente Venustiano Carranza, soprannominato lo "scarafaggio". Cucaracha, per l'appunto. Tutti e due combatterono per la causa comune che era la sospirata riforma agraria  e la nazionalizzazione delle imprese petrolifere straniere (per lo più inglesi e statunitensi), tutti e due morirono in modo tragico: il primo in un attentato (20 luglio 1923) avvenuto nel paesetto di Hildago Parrai nel Chihuarhua, il secondo fucilato per ordine del generale Alvaro Obregon. Chiudere gli occhi nel proprio letto durante la rivoluzione in terra atzeca fu del resto privilegio di pochi (due milioni di morti su 15 milioni di abitanti). Più facile nascere. Lo stesso Villa aveva messo al mondo 25 figli avuti da 25 mogli perché donnaiolo lo era, come era violento e sanguinario. Ma questo faceva parte della cultura di un Paese dove con i modi garbati si faceva poco strada.
Il vero nome di Villa era Doroteo Arango Arambula. Aveva visto la luce il 5 giugno 1878 in in un ranch di San Juan del Rio. A 16 anni già si dava alla macchia per difendere la sorella dalle prepotenze di una latifondista che voleva violentarla. Sarà il battesimo di una lunga latitanza sui monti della Sierra che lo porterà poco a poco a maturare l'idea di unirsi agli irregolari di Francisco Indalecio Madero ed Alvaro Obregon. Nel 1910 è pronto per scendere dalle montagne e partecipare alla causa della rivoluzione. Il Messico ci era arrivato dopo 72 colpi di Stato e 36 Costituzioni. L'inno agli eroi e alle tante vittime ("Messicani al grido della guerra, preparate le braccia e i cavalli, appena la terra trema fino al centro, per il cupo rimbombo del cannone") non era stato ancora composto. Però c'era la bandiera tricolore adottata ufficialmente nell'aprile del 1823 otto anni dopo l'indipendenza dalla Spagna. Quel drappo non fu però sufficiente per credere in un ideale di unità nazionale che avrebbe potuto impedire agli Stati Uniti di portarsi via con futili scuse il Texas, la California, il Nevada e l'Arizona. La storia messicana entrava in una nuova fase fino a quando a prendere il potere non fu Josè de la Cruz Porfirio Diaz, un conservatore legato tanto ai proprietari terrieri (hacendandos) quanto agli Stati Uniti che pure aveva combattuto dal 1846 al 1848.
Dittatore dispotico e troppo dipendente dai capitali stranieri, Diaz governò fino al 1910 con metodi che non avevano nulla di democratico. Ne seppero qualcosa gli indios di Sonora trucidati senza pietà e deportati nello Yucatan. Pure fu proprio in quel periodo che il Messico conobbe uno sviluppo economico mai raggiunto prima, con un aumento dell'export-import del 300%, con la costruzione di linee telefoniche e ferroviarie (queste ultime passarono da mille a 25 mila chilometri), con l'impianto di industrie tessili, con lo sfruttamento dei pozzi petroliferi. Il rovescio della medaglia era il peggioramento della condizione sociale che andava di pari passi con un maggior arricchimento degli hacendandos a scapito dei contadini e con un crescente analfabetismo di questi ultimi. Il malcontento provocò le prime insurrezioni nel Paese, una indipendente dall'altra. Era il richiamo tanto atteso da Pancho Villa ed Emiliano Zapata che si misero a capo della rivolta popolare al grido di "Tierra y Libertad". Alla lotta si unirono Francisco Madero, Venusiano Carranza ed Alvaro Obregon. Dopo aspri combattimenti Diaz preferì abbandonare il Paese che lasciò nelle mani di Madero. Il nuovo capo dello Stato federale non riuscì comunque a contenere la corruzione e a rispettare le promesse sulle riforme sociali. Di qui altre sollevazioni con Villa e Zapata in testa; sempre in mezzo a stragi di contadini inermi, fucilazioni, incendi, deportazioni sia da parte delle forze governative che da parte dei rivoluzionari. Mentre Madera veniva giustiziato, il generale Victoriano Huerta  con un colpo di Stato si auto-proclamava  presidente del Messico dando inizio ad una ennesima dittatura che non aveva nulla da invidiare a quella di Diaz. Quindi altro cambio di potere. Huerta faceva la stessa fine di Madera. A prendere le redini del Messico questa volta era Venustiano Carranza a cui non poco aveva contribuito la bravura di Villa. Molte operazioni militari furono infatti coronate da successi che andarono a gonfiare numericamente il suo esercito organizzato nella famosa "Division del Norte", perno di tutta la campagna rivoluzionaria. Man mano che l'esercito rivoluzionario avanzava, Villa confiscava i latifondi promettendo ad ogni suo seguace settantadue acri di terra.
Diventato presidente, Carranza promulgò l'ennesima Costituzione, fortemente centralistica ed autoritaria e per questo attirando ancora una volta il malcontento popolare. Carranza tra l'altro aveva cambiato bandiera ed era diventato amico di Washington. Fu allora che Villa, per dare una lezione agli yankee sferrò nel marzo del 1916 un attacco contro la città di Columbus nel New Messico dove si trovava una guarnigione di 600 soldati americani. Ne morirono diciassette. Fu messa una taglia di 5000 dollari sulla testa di Villa mentre il Capo dell'esecutivo Usa in persona, Woodrow Wilson,  diede carta bianca al generale John Pershing di catturare Villa. Non ci riuscì, nonostante migliaia di uomini, carri armati, motociclette ed otto aerei da combattimento. Intanto anche Carranza finiva davanti al plotone di esecuzione. Al suo posto gli succedeva Obregon. Per Villa era il momento di ritirarsi a vita privata ad El Parral nella hacienda "La Purissima Concepcion" di El Canutillo. Una mattina  decise di andare ad assistere al battesimo del figlio di un suo amico nel paese vicino. Lo raggiunse a bordo di una <Dodge Brothers modello 1913>. I sicari lo stavano aspettando. Gli scaricarono addosso tutti i colpi dei caricatori delle loro pistole. Erano le 8:30 del 20 luglio 1923. Andava a raggiungere l'amico Zapata. (Veronica Incagliati)