Accadeva Oggi

2 giugno

    2 GIUGNO   GIUSEPPE BALSAMO, IN ARTE CAGLIOSTRO Ci si domanda spesso se non siamo circondati da ciarlatani. Ciarlatani i politici che riescono a far credere al popolo cose che non riusciranno mai a mantenere, vuoi perché non conviene loro vuoi perché nell'impossibilità di farlo. Ciarlatani certi management che invogliano i creduloni ad investire in Borsa su titoli che invece li porteranno al fallimento. Ciarlatani alcuni presentatori di giochi televisivi che fanno credere all'utente che le vittorie in gettoni d'oro sono il premio per la loro bravura quando non è vero. E ciarlatani quegli imbonitori che - un tempo nelle piazze e nei mercati - ora, sempre in televisione, spacciano da abili imbonitori ricette di ogni tipo: dalla crema per il viso che fa ringiovanire la pelle alle cure dimagranti. Per non parlare infine di quelli - e sono i peggiori - che assicurano la guarigione da mali incurabili. Di tutti, le cronache giudiziarie si sono occupati ampiamente negli ultimi decenni. Come si dovettero occupare, nel Settecento, di Giuseppe Balzamo (in arte Conte di Cagliostro), perché salito più di una volta sul banco degli imputati per truffe e raggiri a vario titolo.
Il poco spazio a nostra disposizione non ci permette di approfondire la vita di questo personaggio, nativo di Palermo (2 giugno 1743), e del suo lungo peregrinare in Europa da una capitale all'altra, da una Corte all'altra, da un palazzo all'altro, sempre accolto inizialmente per quello che si spacciava, salvo poi vederlo fuggire precipitosamente per non subire le peggiori conseguenze. Fino a che nell'aprile del 1791 il braccio secolare della Chiesa non lo condannava al carcere a vita, pena da scontare nella terribile fortezza di San Leo in provincia di Pesaro. Vi morirà quattro anni dopo.
Le storie d'appendice, specie quelle del XIX secolo, hanno fatto di Giuseppe Balzano una figura leggendaria, una sorta di simpatico mascalzone colpevole solo di aver fatto credere di poter trasformare, grazie all'alchimia, il metallo in oro. In realtà quello che Wolfango Goethe definirà "un briccone" e le sue avventure "ciumerie", fu un avventuriero di bassa lega che si servì della moglie Serafina Feliciani - una bella donna che aveva sposato a Roma nel 1768 - per farla prostituire con tutti, o perlomeno con quanti il Cagliostro riteneva fossero utili ai suoi scopi.
Come il Balzamo si fosse cucito addosso il nome di Cagliostro, con annessa contea, non è molto chiaro. Probabilmente fu a Londra nel 1771. La coppia aveva già fatto parlare di se tanto che da Roma era dovuta scappare precipitosamente a Bergamo e da qui, prima in Francia ad Aix-en-Provence, quindi a Barcellona e successivamente a Madrid e nella capitale inglese. A Londra il Balzano conoscerà per la seconda volta la galera. Ne uscirà fuori grazie all'intercessione di un nobile inglese, sir Edward Hales, alla quale la Feliciani si era concessa in cambio della liberazione del marito. Per tutta ricompensa Cagliostro sedurrà la giovane figlia del signorotto, ragion per cui dovrà imbarcarsi in fretta e furia alla volta di Parigi. Quella francese non sarà comunque una lunga permanenza giacché dovrà mettersi nuovamente in viaggio spostandosi ora in Belgio, ora in Germania, Spagna ed Inghilterra.
Di nuovo a Londra, il colpo di genio: lanciarsi nei riti esoterici nella massoneria. Lo spirito illuminista, teorizzato da Voltaire, fece al caso suo. Solo che l'illuminismo di Cagliostro altro non era che il raggiro attraverso l'idromanzia, l'evocazione degli spiriti, i finti sortilegi, la taumaturgia, l'alchimia. A Varsavia, dove si era frattanto rifugiato per sfuggire alle ire dell'ambasciatore spagnolo a San Pietroburgo, divenne ospite (assieme alla moglie alla quale aveva sostituito il nome di Serafina con quello di Lorenza) del principe polacco Adam Pininsky. Gli fece credere di trasformare il piombo in oro ma l'esperimento non riuscì. Riparò allora a Strasburgo dove si finse medico promettendo guarigioni con le erbe. Al massimo della truffa, riuscì persino a fondare una sua massoneria dal Rito Egizio. Altro che Totò nell'omonimo film!
Quando tutto sembrava procedere per il meglio, incappò nella disavventura dei gioielli di Maria Antonietta, protagonisti un cardinal un po' troppo esuberante (Louis René Edouard de Rohan), il conte e la contessa de la Motte, il gioielliere di corte Boehmer. La vicenda, nota come "lo scandalo della collana", coinvolse pure Cagliostro accusato di essersi impossessato dei gioielli. Non era vero, ma la triste fama che lo aveva accompagnato fino a quel momento ne fece il principale colpevole. Assolto, dopo un anno di detenzione alla Bastiglia, riprese il suo peregrinare da Londra ad Hammersmith, da qui a Lione, a Bienne, a Genova, a Venezia, a Trento. Per intercessione del cardinal Ignazio Boncompagni Ludovisi, riuscì finalmente a tornare a Roma dopo una lunghissima assenza. Fu la sua rovina. Pedinato dalle spie del Papa, cadde malamente nella loro trappola credendo di poter iniziare alla Massoneria due sedicenti adepti che lo denunciarono al Sant'Uffizio per avere violato la legge dello Stato Pontificio che vietava, pena la morte, qualsiasi organizzazione segreta. Arrestato, comparve davanti davanti al Tribunale della Segnatura Apostolica per rispondere di una serie di reati.
Questi i capi di imputazione: esercizio dell'attività di massone, magia, bestemmie, lenocinio, falso, truffa, calunnia, pubblicazione di scritti sedizioni. Ce n'era abbastanza per affidare la testa al boia. E così sarebbe stato se il suo avvocato, tale Carlo Costantini, non avesse puntato la difesa sostenendo che Cagliostro altro non era che un ciarlatano, pentito oltretutto di quello che aveva fatto. Una sorta di patteggiamento ante litteram. L'assistito salvò la testa, ma gli si aprirono le porte di San Leo. Calato nel famigerato Pozzetto, quasi senza luce, condusse l'ultima parte della sua esistenza isolato dal mondo, e giù bastonate dei guardiani ogniqualvolta dava segni di instabilità psichica. Quindi la fine liberatoria, il 26 agosto del 1795. Scrisse il cappellano della fortezza: "Fu sepolto come un infedele, indegno dei suffragi della Santa Chiesa a cui non aveva quell'infelice voluto mai credere".
In quanto alla moglie l'Inquisizione l'aveva assolta. In fondo non era stata che la vittima di un marito indegno di chiamarsi tale. (Veronica Incagliati)