Accadeva Oggi

22 maggio

    22 MAGGIO ASCARI, QUEL GIORNO IN MARE Gran Premio di Monaco, 22 maggio 1955. Il duello è tra Stirling Moss su Mercedes W 196 ed Alberto Ascari su Lancia D50. Manuel Fangio - anche lui su Mercedes si è già ritirato per la rottura di un ponte. Gli altri -  Eugenio Castellotti e Gigi Villoresi su Lancia, Luigi Musso su Maserati, Maurice Trintignant e Piero Taruffi su Ferrari, Mike Hawthorn su Vanwall - sono molto indietro. Al 50° giro Moss passa in testa ed ha 1' 22" di vantaggio su Ascari ma il pilota italiano comincia la grande rimonta. Recupera tre secondi a giro tanto che ai box sono tutti contenti che con quella andatura la corsa sarà sicuramente di Ascari. All'81° giro i pistoni della macchina di Moss si rompono, Ascari adesso può prendersela con calma ma lui non lo sa. Spinge come non mai e non si accorge che la folla impazzita cerca di richiamare la sua attenzione per fargli sapere che ha vinto. Imbocca la Corniche ed entra nel tunnel. Quando riesce altra folla è lì ai bordi della strada, quasi in mezzo. Quasi accecato dal sole, mentre in discesa affronta la chicane, comprende che non può evitare la gente. Non ci pensa un attimo, una sterzata e punta la macchina oltre le barriere, in mare. Qualcuno dirà che si era bloccato il freno anteriore ma non è stato mai provato. A ripescarlo in mare dei pescatori, prima ancora dei sommozzatori. Sta bene. Ha il naso rotto ed è sotto shock ma sta bene. Quattro giorni dopo, a Monza, mentre prova la Ferrari del suo amico Castellotti, carambola la vettura e perde la vita. Va a raggiungere tanti corridori che sono morti prima di lui, anticipando la tragica fine di altri. Va a raggiungere il padre Antonio, il più grande pilota di quei tempi, deceduto a Montlhéry durante una gara automobilistica il 26 luglio 1925 quando lui aveva appena sette anni.
Era superstizioso Alberto Ascari e credeva nel destino "fatale". Per  contrastarlo, magari per sfidarlo, evitava in corsa i numeri 13 e 17, non correva mai il giorno 26, portava in gara gli stessi guanti, gli stessi occhiali e lo stesso caschetto. Quel giorno però mandò al diavolo tutte quelle precauzioni. Forse sentiva di dover morire. "Io quest'anno muoio", aveva ripetuto più volte, convinto che il suo destino fosse già scritto e che non si potesse fare nulla. Sì, quel giorno salì su una macchina senza i suoi guanti, i suoi occhiali e il suo casco e via con la Ferrari dell'amico Eugenio, per provare come andava il bolide rosso. E' in camicia e pantaloni normali, ha pure la cravatta. Tanto è solo un giro. Ma è sufficiente. Non si è saputo come andò a finire. Forse proprio la cravatta, sollevata dal vento, gli andò a sbattere sugli occhi, forse non era ancora ristabilito dall'incidente di Monaco (oggi si chiama Gran Premio di Montecarlo), forse era il destino. A 200 km all'ora se perdi il controllo c'è poco da fare. E poi erano altri tempi. Le vetture non avevano le protezioni di quelle di oggi. Una frenata, il corpo sbazato ad una quindicina di metri di distanza. Morte istantanea. Se andava un campione che aveva vinto cinque titoli di campione di Italia, due di Campione del Mondo, più decine e decine di altri premi. Un campione che stava alla pari con Fangio, uno dei più grandi in assoluto quando le corse erano fatti solo da grandi. Fu proprio Fangio a dire al Nurburgring, dove Ascari era arrivato primo con una Ferrari 4500: "Data la sua sicura impostazione che non ammette incertezze e la sua impassibilità nelle correzioni, lo stile di Ascari non è spettacolare come quello di altri piloti, alcuni dei quali guidano con tutti i muscoli, compresi quelli facciali. Ascari guida infatti solo con le braccia e il cervello. La sua guida è più che altro uno spettacolo delizioso per gli intenditori più raffinati". (Veronica Incagliati)