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20 maggio

    20 MAGGIO

CRISTOFORO COLOMBO Morto il 20 maggio 1506 a Valladolid, antica capitale della Spagna. Non aveva ancora 55 anni. Troppo giovane per un temperamento senza pace come il suo, abituato a navigare per i mari e a spingersi verso altre terre da aggiungere a quelle già scoperte; troppo vecchio per continuare a vivere in un mondo che - dopo il suo primo arrivo nelle Americhe il 12 ottobre 1492 - in poco più di un decennio era sembrato essere andato avanti di secoli. Cristoforo Colombo, quello che doveva dare al re e alla gente in termini di intuizioni e di avventure, l'aveva già dato. Poteva andarsene in pace, lasciando ad altri esploratori - ugualmente ambiziosi - il compito di girare in lungo ed ed in largo per la terra, circumnavigando i capi da un punto all'altro degli oceani.
Genovese di nascita - pur se a rivendicarne i natali sono state parecchie città - fin dall'età di 14 anni prese a navigare sulle rotte commerciali che lo portarono in Grecia, in Inghilterra, in Irlanda, in Islanda e perfino in Turchia. Spirito errabondo, ma al tempo stesso spinto da una sorta di smania di conoscenza dell'ignoto, nel 1479 sembrò trovare finalmente un po' di serenità sposando a Lisbona Filipa Moniz, figlia del governatore della Azzorre. Ma fu solo un breve intervallo perché è proprio nella capitale portoghese che cominciò ad insinuarsi il tarlo su come arrivare nelle Indie facendo rotta verso ovest. Fu allora che comprese l'importanza di avere uno sponsor per portare avanti il suo progetto e preparare una spedizione adeguata per un viaggio verso l'ignoto. Ma né il re di Portogallo Giovanni II, nè i re Ferdinando II di Aragona ed Isabella di Castiglia, né i re di Francia e d'Inghilterra rispettivamente Carlo VIII ed Enrico VII vollero ascoltarlo. Si dovette aspettare fino al 1492 perché la regina Isabella, sensibile alle parole del suo confessore (tal Alessandro Geraldini, vescovo ed amico di Colombo) desse il suo placet al viaggio che tutti sappiano fu possibile grazie all'allestimento delle tre caravelle "Santa Maria", "Pinta" e "Nina".
Partito il 3 agosto da Palos de la Frontera, Colombo avvistava la terra all'alba del 12 ottobre, cinque mesi dopo che Costantinopoli cadeva nelle mani dei turchi di Mehmet il Conquistatore. L'isola, che gli indigeni chiamavano Guanahani, fu ribattezzata dal genovese San Salvador. Gli indigeni. Sarà lo stesso Colombo a scrivere che erano "molto semplici e di buona fede", sfortunatamente per loro perché mano a mano che - tra andate e ritorni - i viaggi del genovese tra la Spagna e le Americhe si fecero più frequenti (scoperta di Cuba, delle Antille e di altre isole), sempre più peggioravano le condizioni di quei disgraziati costretti con le buone e con le cattive ad indicare loro le zone dell'oro. Moltissimi di questi furono addirittura portati alla Corte del re di Spagna, semmai fosse rimasto dubbioso delle scoperte fatte. "Porto meco uomini di quest'isola - si legge in uno dei tanti diari di bordo - e delle altre da me visitate i quali faranno testimonianza di ciò che dissi. Io prometto: che a' nostri invittissimi Re, sol che m'accordino un po' d'aiuto, io sarò per dare tant'oro quanto sarà lor necessario e tanti servi idolatri, quanti ne vogliano le loro Maestà....".
In altre parole era l'inizio della colonizzazione dell'America e della schiavitù dei nativi che avrebbe visto in poco tempo scomparire - al centro e al sud del nuovo continente - antiche civiltà come quella degli Atzechi, Maya ed Incas, vittime, come lo sarebbe stato il popolo dei pellerossa, di una crudeltà senza eguali ammantata da un credo che nulla aveva di quel Cristianesimo che si voleva professare ma che era solo cupidigia e potere. (Veronica Incagliati)