Accadeva Oggi

18 maggio

      18 MAGGIO   ENZO TORTORA Molto simpatico non era, almeno a qualcuno. Aveva quel modo di fare un poco saccente che alle volte dava fastidio. Ma quel qualcuno era una minoranza. La maggioranza era quella dei suoi fan, qualcosa come 28 milioni di telespettatori (non si parlava ancora di share) incollati ogni venerdì sera sul canale due della Rai per vedere "Portobello". A condurlo Enzo Tortora. Poi alle 4:00 di mattina del 17 giugno 1983 i carabinieri bussarono alla porta della sua suite dell'hotel Plaza a Roma. "Lei è il signor Tortora? Abbiamo un ordine di cattura, deve seguirci....". Proprio così! Il provvedimento era firmato dai sostituti procuratori di Napoli Lucio Di Pietro e Felice Di Persia.
17 giugno 1983, una data da non dimenticare. Il 18 maggio 1988 Tortora muore per un tumore. In sessantuno mesi il calvario di un uomo innocente, arrestato, imprigionato, condannato in primo grado, assolto ed ancora assolto. Poi la tragica fine, debilitato nel corpo e nell'anima, dimenticato anche dal suo pubblico che non aveva compreso cosa fosse finire stritolati nelle maglie di una giustizia cieca e di un gruppo di magistrati che in quella occasione mostrarono i loro lati più bui.
Genovese di nascita, laureato, colto ma soprattutto preparato, Tortora a 23 anni era già in Rai. Si fece subito subito strada, prima a fianco di Paolo Villaggio ("Campanile d'oro") e di Silvana Pampanini ("Primo applauso"), quindi con uno spettacolo tutto suo ("Il gambero"). Ci sapeva fare tanto che a Viale Mazzini decisero di affidargli la conduzione de "La Domenica sportiva". Un successo che gli aprì la strada per tenere a battesimo, come primo presentatore, l'edizione di "Giochi senza frontiere". Correva l'anno 1965. L'Italia non era ancora funestata dagli attentati e dal terrorismo, la mafia si muoveva ancora in punta di piedi. Poi nel '69 il licenziamento dalla Rai. Due i motivi: una intervista rilasciata al settimanale <Oggi> nella quale si affermava che l'ente radioteleleviso era come "un jet supersonico pilotato da un gruppo di boy-scouts che litigano ai comandi, rischiando di mandarlo a schiantarsi sulle montagne"; e il non avere impedito ad Alighiero Noschese - nel corso di una trasmissione - di fare una imitazione troppo pesante dell'allora presidente del Consiglio Amintore Fanfani. Proprio come adesso!
Tortora rientrò in Rai nel '77. Dopo una breve parentesi in "Accendiamo la lampada" assieme a Raffaella Carrà, sarà "Portobello" il suo grande salto. La trasmissione è un'idea sua, ispirata al mercatino di Londra. In poco tempo diventerà uno dei presentatori più noti, con Mike Buongiorno e con Corrado. Potrebbe andare tutto bene ma in una agendina - rivenuta in un appartamento nell'ambito di una inchiesta sulla Nco (Nuova camorra organizzata) - è riportato anche il suo nome: Tortora. O meglio, Tortona. Gli inquirenti però leggono Tortora ed è quanto basta. Il presentatore finisce in un tritacarne dal quale riuscì ad uscirne se non dopo molto tempo. A mettere carne sul fuoco i cosiddetti pentiti, personaggi del calibro di Giovanni Pandico, Giovanni Melluso, Pasquale Barra; e poi pregiudicati a vario titolo, tutti contro Tortora vuoi per ingraziarsi i magistrati ed avere sconti di pena, vuoi per farsi pubblicità. E lui, Tortora, a gridare la sua innocenza, inascoltato dai giudici e messo sulla croce da parte dei media che vedevano in quell'affaire l'occasione per vendere più giornali e per tirare l'attenzione di più utenti televisivi. Sette mesi di carcere, quindi gli arresti domiciliari e l'elezione a deputato europeo nelle liste radicali. La condanna a dieci anni di detenzione come il peggiore dei criminali.
Scriveva Biagi in una lettera al presidente della Republica: "Vicende come quella che ha portato in carcere Enzo Tortora possono accadere a chiunque. E questa mi fa paura....".
La "nazionale della menzogna" (così erano stati definiti gli undici collaboratori della giustizia) ebbero ragione delle carte e del buon senso. Aveva voglia a gridare Tortora: "Io sono innocente, spero che dal profondo del cuore lo siate anche voi". Tutto inutile. Un pubblico ministero era arrivato persino ad affermare nel corso del dibattimento che il presentatore era diventatodeputato con i voti della camorra. E alle rimostranze di quest'ultimo ("è una indecenza!"), all'accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico si aggiunse quella di calunnia.
Poi finalmente la revisione dell'intera istruttoria, grazie a magistrati questa volta più accorti. Chiarita l'infondatezza degli indizi, la Corte di Appello non poteva che assolvere Tortora. La Cassazione si adeguava.
"Dunque, dove eravamo rimasti?". La ripresa della trasmissione "Portobelo" il 20 febbraio 1987, vide un Tortora invecchiato. Non era più lui. Il male forse già covava.  Quel giorno del 18 maggio '88 le telescriventi battevano le prime righe di una notizia: "Tortora si è spento nella sua casa di Milano, assistito dall'affetto dei familiari". (Veronica Incagliati)