Accadeva Oggi

17 maggio

    17 MAGGIO LA MORTE DEL COMMISSARIO Ore 9:47 del 17 maggio 1972. All'ospedale San Carlo di Milano cessa di vivere il commissario Luigi Calabresi. Qualche minuto dopo le 9:00 qualcuno gli aveva sparato due colpi di pistola cal. 38. Alle 9:15 al centralino della Questura: "Fate presto, c'è un uomo ferito, è molto grave". Quando arriva l'autoambulanza le condizioni di Calabresi però sono disperate. Infatti muore poco dopo.
Trentasei anni anni sono tanti per dimenticare, ma non ha dimenticato la moglie Gemma, non hanno dimenticato i figli, non ha dimenticato la gente che ha vissuto quegli anni di piombo, non abbiamo dimenticato noi cronisti che quasi quotidianamente dovevamo occuparci di fatti di sangue.
Calabresi fu ucciso più che per vendetta di qualche cosa di cui non era comunque colpevole (la morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli), per il clima di odio nei suoi confronti di chi non gli poteva perdonare di essere un bravo ed onesto poliziotto al servizio dello Stato. E non solo da parte dell'autonomia e di Lotta continua ma anche da parte di quella intellighentzia di sinistra che non ci pensò un minuto di più a firmare un manifesto contro il commissario. Nomi altisonanti della Roma e della Milano bene che per decenza non vogliamo ricordare.
Sapeva che prima o poi l'avrebbero ucciso, Calabresi. Le minacce che riceveva non erano certo velate. "Gli siamo alle costole - scrivevano i compagni - ormai è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito. Qualcuno porrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi che modestamente di questi nemici del popolo vogliamo la morte".
E poi i titoli: "Pinelli un rivoluzionario, Calabresi un assassino". Infine la sentenza, come si leggeva su <Lotta continua>: "Siamo stati troppo teneri con il commissario di Ps Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, di continuare a perseguitare i suoi compagni. Facendo questo, però, si è dovuto scoprire, il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i compagni che hanno imparato ad odiarlo. La sua funzione di sicario è stata denunciata alle masse che hanno cominciato a conoscere i propri nemici con nome, cognome e indirizzo. E' chiaro a tutti, infatti, che sarà Calabresi a dover rispondere del suo delirio contro il proletariato: E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell'assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara".
Se l'avvertimento non fosse stato chiaro, l'ultimo (o uno degli ultimi) lo fu certamente: "L'eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati. Ma questa è sicuramente una tappa fondamentale dell'assalto del proletariato contro lo Stato assassino".
Ecco, l'avevano finalmente detto: lo Stato assassino, e Calabresi ne era il suo servo. Doveva essere quindi fatto fuori.
Quella mattina, come sempre, il Commissario uscì di casa per andare a prendere la sua <Fiat 500> parcheggiata sull'altro versante  della strada. Non si avvide, o troppo tardi comunque, che un killer l'attendeva per sparargli. Due colpi, uno alla schiena ed uno alla nuca. Una esecuzione da specialista.  I testimoni riferirono che l'assassino si allontanò con calma. Senza fretta richiamò l'attenzione del guidatore di una <125> che gli accostò per farlo montare. Una sgommata, e la fuga nel traffico milanese.
Quali colpe aveva il commissario Calabresi? Quella di avere avuto l'incarico di indagare negli ambienti dell'estrema sinistra dopo la strage di piazza Fontana. Eppure con questi ambienti era andato sempre d'accordo, specie e proprio con Pinelli, tanto che quest'ultimo un giorno gli fece trovare sul suo tavolo una copia dell' "Antologia di Spoon River". Poi, dopo l'attentato di Milano del 12 dicembre 1969 le cose cambiarono e tutto perché quella sera Calabresi invitò Pinelli a seguirlo in Questura, ma per una formalità. Solo che quella formalità durerà fino alla notte tra il 15 ed il 16 con l'epilogo tragico del salto nel vuoto del giovane anarchico dalla finestra di una stanza dove si stava tenendo un ennesimo interrogatorio. In quel momento Calabresi non era presente, e poi fu dimostrato con una serie di esperimenti che Pinelli effettivamente si suicidò, sconvolto - pare - perché era venuto a sapere dell'arresto di Pietro Valpreda.
Per il commissario cominciò il linciaggio. Una gigantesca campagna di accuse, scritte murali, manifesti, articoli. Fu lasciato solo. Se i suoi assassini hanno ora un nome, responsabili di quel delitto, non va dimenticato che responsabili furono anche le istituzioni che lasciarono solo il "servo dello Stato", senza alcuna protezione, quando benissimo avrebbero potuto trasferirlo in un'altra città ed una sede più sicura. Lo hanno fatto con altri poliziotti minacciati dalla 'ndrangheta. Chissà, forse Calabresi dava fastidio. (Veronica Incagliati)